Chiara di Favarone degli Offreducci

 

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«Il Papa è tornato in Italia.
E' sbarcato a Genova.
Dicono che andrà a Milano, poi a Bologna, e che in novembre sarà a Perugia.
Fatti animo, sorella Chiara, tu lo vedrai presto. Lui stesso verrà da te».

E' il 1252.
Chiara è sempre più stanca e ammalata.
Ma non riesce a morire. Non può morire. Non deve morire prima d'aver visto il Papa.
Gregorio IX è morto carico d'anni e d'ansie.
Innocenzo IV è apparso meno intransigente, e poi con quelle beghe di Francia, e tanti problemi da affrontare appena eletto, non trova molto tempo per seguire ogni cosa che succede a S. Damiano.
Ma ha promesso che visiterà di persona Chiara molto presto. Perugia è vicina, e lui non vuole negarle questo conforto.
Suor Filippa di messer Leonardo di Gislerio la incoraggia a sperare:
«Chiara, tu non puoi morire prima d'aver avuto questa grande consolazione, e tu l'avrai».
«E' vero, non posso morire, prima che il Papa mi abbia esaudito. Ma non voglio per me il suo conforto, bensì per voi, per quelle che verranno dopo di me e di voi. Mi occorre un sigillo, un documento come se ne fanno tanti nella curia romana, in pergamena, con il piombo e le immagini dei santi Pietro e Paolo, e la ceralacca e le firme. Capisci?
Nessuno deve poi poter più dire una parola e altri un'altra, nessuno deve più confondere le cose. Io attendo la morte dopo questo, non prima».

E' dunque tempo di far testamento, in attesa del papa.
Con quella del vicario di Cristo, dopo la sua morte è giusto che le povere donne abbiano da ricordare anche la sua parola.
Lo ha fatto Francesco, raccontando di sé e della sua conversione, ed esprimendovi i suoi desideri più spontanei e vivi, lo farà anche lei.

Tante che hanno scelto la stessa vita di Chiara sono lontane, non potranno mai venire ad Assisi.
A Praga, la figlia del re di Boemia Ottocaro I, ha preso il velo e i voti, edificando tutto il reame.
Era destinata a sposare Enrico VII, figlio dell'imperatore Federico II, ma non ne volle sapere, preferendogli Cristo.
Ogni tanto scrive a Chiara, per domandarle come comportarsi nella vita del monastero che ha fondato a Praga.

 

* Lettere alla principessa

E Chiara le scrive quattro volte, con venerazione e rispetto.
Sa che cosa voglia dire essere nobile, e diventare, per amore, più povera dei poveri.
Quando scrive ad Agnese, le intestazioni delle sue lettere sono solenni, la destinataria è pur sempre una principessa.
«Alla venerabile e santissima vergine, Donna Agnese, figlia dell'esimio e illustrissimo re di Boemia, Chiara, indegna serva di Gesù Cristo e ancella inutile delle donne recluse nel monastero di S. Damiano, sua suddita in tutto e serva, si raccomanda in ogni modo con particolare rispetto, mentre augura di conseguire la gloria della eterna felicità...».

Le intestazioni sono solenni ma i consigli sono chiari e pratici.
Il digiuno? Il cibo?
«Eccettuate le suore deboli e inferme, nessuna di voi che sia sana dovrebbe mangiare se non cibi quaresimali, tanto nei giorni feriali che nei festivi, ad eccezione che nelle domeniche e nel Natale del Signore, in cui possiamo prendere il cibo due volte...».
«Attieniti ai consigli del venerabile padre e fratello nostro Elia, ministro generale, e anteponili ai consigli di qualsiasi altro...».
«Vergine povera, avvicinati a Cristo povero...».

Giungono anche notizie e lettere di altre regine e principesse, che vestono il saio di Chiara, Elisabetta d'Ungheria, Ermentrude di Bruges, insieme a tutte le innumerevoli umili donne di cui ella non conosce né il nome né il volto.

Intanto a S. Damiano le sono continuamente accanto le fedelissime e le ultime arrivate.
Con Ortolana (la mamma), la servono e curano Bona, Pacifica, Benvenuta, Filippa, Amata, Cristiana, Cecilia, Francesca, Agnese (la sorella), Balvina, Angeluccia, Beatrice (l'altra sorella), Benedetta, Illuminata, Consolata.

Molte hanno già annotato, di nascosto da lei, ciò che più le ha edificate.
Non hanno dubbi, presto saranno chiamate a testimoniare sulla sua santità.
Nessuno pensa che a Chiara sia negata appena morta la stessa gloria di Francesco; e loro sanno, come nessun altro, che la merita.

Oggi, seduta sul pagliericcio, sostenuta dalle sorelle, Chiara detta il testamento.
Anche se lo volesse non potrebbe discostarsi da quello di Francesco. La loro avventura di poveri cristiani è la stessa, hanno percorso insieme la medesima strada.

Da quarantadue anni Chiara è a S. Damiano, da ventinove inferma, pressoché immobile.
Le preme soltanto lasciare, senza orgoglio, una testimonianza a quelle che restano.

«Sorelle carissime - detta Chiara con fatica ma con visibile felicità - dobbiamo meditare sugl'immensi benefici di cui Dio ci ha colmate, specialmente quelli che si è degnato di operare tra noi per mezzo del suo servo diletto, il beato padre nostro Francesco, e non solo dopo la nostra conversione, ma fin da quando eravamo ancora tra le vanità del mondo.
Mentre infatti lo stesso santo, che non aveva ancora né frati né compagni, subito dopo la sua conversione, era intento a riparare la chiesa di S. Damiano, dove, ricevendo quella visita del Signore nella quale fu inebriato di celeste consolazione, sentì la spinta ad abbandonare del tutto il mondo, in un trasporto di grande letizia e illuminato dallo Spirito Santo, profetò a nostro riguardo ciò che in seguito il Signore ha compiuto».

 

* Il testamento: l'umiltà

«Santo», «profeta», Chiara detta con naturalezza queste parole per Francesco.
Non ha trovato niente di strano, tanti anni fa, il 16 luglio, mentre papa Gregorio lo canonizzava nella grande basilica, a cadere in ginocchio sui sarmenti, e a pregarlo.
Del resto lo aveva pregato sempre, anche da vivo.

Ora però, mentre detta, l'immagine che di lui la rallegra e conforta di più non è quella del santo canonizzato, ma dei pazzo irriso da tanta gente, quel pazzo che aveva acceso in lei il sogno, a cui sono rimasti ambedue fedeli sino alla morte.

Dètta: «Salito sopra il muro di questa chiesa, così infatti allora gridava, a voce spiegata, in lingua francese, rivolto ad alcuni poverelli che stavano lì presso: "Venite ad aiutarmi, in quest'opera del monastero di S. Damiano, perché tra poco verranno ad abitarlo delle donne che per la fama e la santità della loro vita si renderà gloria al Padre nostro celeste in tutta la sua santa Chiesa"».

Il testamento è un inno a Francesco, ma anche la risposta definitiva della sua pianticella fedele:
«Io, Chiara, che sono, benché indegna, la serva di Cristo e delle povere Donne di S. Damiano e pianticella del padre santo, insieme alle mie sorelle ci siamo obbligate alla Signora nostra, la santissima povertà; perché dopo la mia morte, le sorelle che sono con noi e quelle che verranno in seguito abbiano la forza di non allontanarsi mai da essa in nessuna maniera.
E come io sono sempre stata sollecita nell'osservare io medesima e nel fare osservare la santa povertà che abbiamo promesso al Signore e al nostro padre santo Francesco, così le sorelle, che succederanno a me in questo ufficio siano obbligate ad osservarla e a farla osservare.
Per maggior sicurezza mi sono preoccupata di ricorrere al signor Papa Innocenzo, durante il pontificato del quale ebbe inizio il nostro ordine, e ai successori di lui, perché confermassero e corroborassero con i loro papali privilegi la nostra professione della santissima povertà».

Questo privilegio Chiara lo ha avuto quasi quarantanni fa, però solo a voce, da Innocenzo III.
Adesso, per morire in pace, ne aspetta la conferma da Innocenzo IV.
Dovunque vivranno, le povere donne avranno per privilegio quello di non aver privilegi: «Se poi dovesse succedere in qualche tempo che le dette sorelle lasciassero questo monastero di S. Damiano e si trasferissero altrove, siano nondimeno tenute, ovunque abitassero dopo la mia morte, a osservare la stessa forma di povertà».

Ora le benedice, e desidera che anche la benedizione resti scritta, come quella di Francesco:
«Vi benedico in vita mia e dopo la mia morte, come posso e più di quanto posso, con tutte le benedizioni con le quali lo stesso Padre delle misericordie benedisse e benedirà in cielo e in terra i suoi figli e le sue figlie spirituali.
Siate sempre amanti di Dio e delle anime vostre e di tutte le vostre sorelle.
Il Signore sia sempre con voi e faccia che siate sempre con lui».

 

 


- Assisi, basilica di S. Chiara, chiesa -
«
La Vergine Maria si china su Chiara morente
e la copre con il mantello
»
(Icona di S. Chiara con otto scene della sua vita; opera di anonimo del sec. XIII; particolare)


* Panegirico di una santa

«Sii felice, il Signore è vicino».
A far sorridere Chiara nessuno riesce meglio di frate Ginepro.
Quando parla lui, senza preoccuparsi di grammatica e di retorica, a lei sembra che si apra la bocca di una gioconda, inestinguibile fornace.
Esperto di fuochi, Ginepro riesce sempre a rasserenarla e a divertirla mentre la rapisce in Dio.

Ora è qui, vicino al suo giaciglio, e le parla della morte come gliene parlerebbe Francesco. Sorella morte, una festa, la libertà, la luce che non si spegne più, un grande banchetto nella casa del Padre.
Chiara sorride in silenzio.
Ha già ricevuto l'assoluzione e il viatico dell'eucaristia.
Ha pregato a lungo, e, come spesso le accade, s'è assopita ad occhi aperti.

Vede e sente intorno presenze e voci che le altre non vedono e non sentono.
Ha l'impressione che Maria e tutte le grandi spose di Cristo siano venute a farle strada.
Qualche compagna, sentendola parlare da sola, ha l'impressione che stia delirando.
Ma frate Ginepro ha capito subito di che si tratta:
«Si sta già preparando il corteo».
«Il corteo? Quale corteo?».
«Quello che accompagnerà la nostra sorella Chiara verso Cristo suo sposo».

Tutta Assisi è vicina a Chiara, anche se la gente non può varcare le mura di S. Damiano.
Ma i frati vanno e vengono, c'è anche qualche parente.
E c'è aria di festa, nonostante il dolore.
Nessuno fa pesare la sua pena sugli altri.
Mai Chiara ha sentito attorno tanta letizia.

Sta arrivando da Perugia anche papa Innocenzo.
Finalmente!
Viene a premiare l'ostinazione cristiana di Chiara, testimone di povertà in un mondo avido e crudele, in una Chiesa dove molti i privilegi li chiedono per essere meno poveri, non più poveri. Lui stesso vuol darle, con le sue mani, il premio e la conferma che Chiara ha meritato.

Non c'è corteo ad accompagnare il papa.
Gli sono accanto solo alcuni cardinali.
La semplicità, se non la povertà, s'impone da sé ad un incontro e ad un congedo come questo.

Il papa varca la soglia del monastero, mentre il silenzio è rotto soltanto dallo squillo della campanella che gli dà il benvenuto.
Sempre in silenzio, il papa sale rapido la scaletta che porta dal coretto al dormitorio.
Si avvicina al giaciglio di sarmenti e porge a Chiara la mano da baciare, senza il guanto pontificale.

 

 


- Assisi, convento di S. Damiano -
A sinistra: la scala che conduce al dormitorio di S. Damiano

A destra: il semplicissimo dormitorio di S. Damiano.
Qui, nel luogo indicato dai fiori, Chiara morì l'11 agosto 1253

 

Chiara, con un grande sforzo, solleva il capo, bacia la mano e fa capire di voler baciare anche il piede del papa.
Allora Innocenzo chiede con gli occhi che gli portino uno sgabello, vi sale sopra, si toglie la pantofola da viaggio, e porge, non senza impaccio, il piede a Chiara.
Per Chiara è il piede del pellegrino più atteso per tutta la vita.
Ricorda la Bibbia: «Come sono venerabili i piedi, i piedi di chi annunzia il bene e porta la pace».
Bacia quel piede sopra e sotto, in silenzio, con gli occhi umidi di pianto. 
Piange finalmente di felicità. 

Poi chiede a Innocenzo quello che le sta più a cuore: «Padre santo, ho bisogno d'essere perdonata da tutti i miei peccati». Il papa esita, trema e china il capo.
Poi, con grande sollievo, lo rialza: «Figlia mia, piacesse a Dio che ne avessi anch'io bisogno quanto te».
Quindi traccia su di lei il segno della croce.

Chiara si raccoglie in preghiera. Ora è davvero in pace.
E' un'ombra. Non mangia da diciassette giorni, riesce a ingerire soltanto qualche goccia d'acqua, il suo corpo si disfa rapidamente.
Ogni tanto, in questi giorni, l'hanno udita gemere: «Venite ad aiutarmi».

Negli ultimi tempi ha patito ancora terrori e incertezze.
Che cosa accadrà dopo la sua morte? Sarà rispettato il "Privilegio della povertà"?
Da ventisette anni Francesco è morto.
Ora tocca a lei.
Quanto tempo ci vorrà perché gli attacchi alla povertà, all'interno e all'esterno, si facciano sempre più pesanti?

Papa Innocenzo, vedendola assopita, se ne va in silenzio.
Ma Chiara non sarà delusa, anche se, dopo averlo tanto atteso con la bolla, non gli ha chiesto se non il perdono dai peccati.

Di prima mattina, torna il cardinale Rainaldo Segni, suo devoto amico e protettore dell'Ordine.
Ha in mano la bolla, tutto è stato fatto con le procedure consuete.
E' un rotolo di pergamena robusta, accuratamente sigillato con nastri e col sigillo di piombo recante l'effigie dei ss. apostoli Pietro e Paolo e il segno delle chiavi; e porta i segni scarlatti della ceralacca, con sopra impresso il sigillo personale del pontefice con l'anello del pescatore.
La firma del papa, del cardinale e dei segretari è ancora fresca.

Lei ora non ha più nemmeno la forza di rompere i sigilli.
Chiede che lo facciano per lei.
Ma prima vuol baciare il rotolo sopra e sotto, con gli occhi nuovamente pieni di lacrime.
Poi domanda che gliene leggano il testo.
Ascolta ad occhi chiusi.
Questa non è una visione. E' la Chiesa che le dice: «Avevi ragione».

 

 


- Assisi, monastero di S. Chiara, cappella delle Reliquie -
In alto: il cilicio di s. Chiara

Sotto: la bolla con il «Privilegio della povertà»

 

«Innocenzo IV, servo dei servi di Dio, alle sue figlie carissime in Gesù Cristo, la badessa Chiara e le altre sorelle del monastero di S. Damiano in Assisi, salute e apostolica benedizione.
Voi ci avete umilmente supplicato dì sanzionare con la nostra autorità apostolica la forma di vita che S. Francesco vi ha data e che voi avete spontaneamente abbracciata, obbligandovi a vivere in comunione nell'unione degli animi col voto della santissima povertà.
E noi, volentieri accondiscendendo ai desideri della vostra pietà, pienamente ratifichiamo con la nostra autorità apostolica, e confermiamo.
A nessuno sia lecito assolutamente d'infrangere questo atto della nostra autorità e contravvenirvi con audace temerarietà.
Se qualcuno oserà farlo, sappia che incorrerà all'istante nell'ira dell'Onnipotente e dei beati apostoli Pietro e Paolo».

Chiara riapre gli occhi, tende le mani, sfiora la pergamena aperta, fissa il sigillo di piombo, le immagini degli apostoli, le firme del papa e del cardinale.
Stringe al cuore il rotolo, senza una parola, mentre le compagne le s'inginocchiano accanto.
Accorsa dal monstaero di Monticelli, le piange accanto la sorella Agnese.

«Sorella, non piangere - le sussurra Chiara con un filo di voce -; prendi il velo dal mio capo, tienilo in pegno del mio amore per te e per tutte le tue povere donne. Io ti sarò sempre vicina».

Dopo un lungo silenzio, Chiara ricomincia a parlare, con gli occhi assorti che guardano lontano.

«Madre, a chi stai parlando?», le domanda Filippa.«Parlo all'anima mia benedetta».
E parla anche a Cristo: «Benedetto sei tu, Signore mio, che mi hai creato e che con il tuo sangue prezioso mi hai redento e concesso la vita eterna, cioè te stesso».
«Madre, vedi forse il Signore?».
«Lo vedo».

Oggi, 12 agosto, la seppelliranno nella chiesa di S. Giorgio.
La porteranno in corteo tra i cipressi e gli ulivi, nella chiesa dove Francesco e anche lei, da ragazzi, sono andati a scuola dal prete.
Passerà davanti al palazzo dei Fiumi, la casa di sua madre Ortolana, e andrà a dormire il suo sonno nello stesso loculo dove, ventisette anni fa, è stato seppellito per circa due anni Francesco.
Nemmeno lei può essere sepolta fuori delle mura.
Anche lei torna a casa.
Dormirà a mezzo del colle verso Spoleto, vegliando la sua città, mentre sull'altro colle, verso Perugia, veglia Francesco.

Papa Innocenzo è tornato, col vescovo e i cardinali e tutta la corte, per officiare lui stesso il rito funebre.
Tutta Assisi è straripata verso S. Damiano.

 

 


- Assisi, basilica di S. Chiara, chiesa -
«Innocenzo IV visita Chiara morente»
(Icona di S. Chiara con otto scene della sua vita; opera di anonimo del sec. XIII; particolare)

 

Dalla chiesetta le preghiere e i canti dilagano sul piazzale, si perdono per le stradine e i campi.
Ecco la santità nella Chiesa!
Quando il diacono intona l'ufficio dei defunti davanti al feretro spoglio come quello di Francesco, Innocenzo fa un cenno e lo interrompe.
Guarda Chiara, avvolta nei suoi stracci tanto amati e coperta di fiori, e vede in quel pallore finalmente felice la santità di tutta la Chiesa, la gloria dei poveri, l'attesa di tutta la povera gente.

 



- Assisi, monastero di S. Chiara, cappella delle Reliquie -
Al centro: tonaca e mantello di s. Chiara; ampolla contenente un gomitolo filato da s. Chiara
A sinistra: veste di s. Francesco dopo la conversione; scarpa portata da s. Francesco stigmatizzato; cofanetto contenente i capelli di s. Chiara; corda di s. Chiara
A destra: tonaca di s. Francesco; breviario di s. Francesco; corda di s. Francesco

 

No, Chiara non merita il lutto, ma la festa e la liturgia delle sante vergini.
Si vestano i paramenti bianchi delle spose di Cristo, non quelli neri del lutto.
Se dipendesse da lui solo, Innocenzo non avrebbe difficoltà a unire il rito esultante del suffragio a quello glorificante della canonizzazione.
Basterebbe la sua parola e Chiara entrerebbe oggi stesso nel sepolcro e nell'albo dei beati.
Ma il cardinale Rainaldo s'avvicina e domanda al papa perché il rito funebre è stato interrotto.
Quando ne conosce il motivo, insiste perché la prudenza vinca.
Cose del genere non sono mai accadute, è meglio non creare precedenti.

Nessuno quanto lui, che proprio ieri venne a farla felice, conosce di Chiara la santità.
Ma è meglio che la Chiesa segua la regola.
Niente canonizzazione a voce di papa e di popolo.
Ma Innocenzo vuole la sua rivincita.
Sarà proprio il cardinale Rainaldo a fare l'elogio funebre di Chiara.
Rainaldo accetta.
E fa il panegirico di una santa.

*** *** ***

 

LA BOLLA «SOLET ANNUERE SEDES»

 


La bolla di Innocenzo IV «Solet annuere sedes»,
che approva la forma di vita delle
Sorelle povere di S. Damiano

 

La più antica testimonianza sulla bolla «Solet annuere sedes» - con la quale Innocenzo IV approvò la forma di vita delle Sorelle povere di S. Damiano - è il commosso ricordo di suor Filippa de Gislerio, nel «Processo di canonizzazione».

«E desiderando essa [Chiara] grandemente de avere la regola de l'Ordine bollata, pure che uno dì potesse ponere essa bolla alla bocca sua e poi de l'altro dì morire: e come essa desiderava, così le addivenne». 

Infatti la pergamena papale fu firmata il 9 agosto 1253, soltanto due giorni prima della morte di Chiara, la quale «hanc tetigit et obsculata est pro devotione pluribus (et) pluribus vicibus» («questa bolla toccò e baciò per devozione più e più volte»), secondo quanto una mano dell'epoca scrisse sul retro del documento. 

La pergamena, che misura 55 x 69 cm, è consumata e perforata in alcune parti e ha il sigillo di piombo sotto un laccio di seta. 
In alto a sinistra si legge la frase «Ad instar fiat S.», formula con la quale papa Sinibaldo sottoscriveva le richieste accettate. 

La bolla originale risulta presente nell'elenco del «Tesoro di S. Chiara» compilato dal vescovo di Assisi nel 1741.
La Regola veniva allora conservata in un'urna di ebano con il mantello e la tonaca interna della santa. 
Nel 1893 l'abbadessa del protomonastero, madre Matilde Rossi, domandò al vescovo della diocesi il permesso di rompere il sigillo del reliquiario: in questa occasione, ella vide che la bolla era custodita fra le pieghe del mantello.