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Francesco e l'arte

 

Perché nel dipingere un uomo, una donna, un angelo o un demonio, e perfino Dio, si comincia sempre da un volto?
Qualunque sia l'artista, e l'ispirazione o il messaggio che l'artista vuole comunicare, deve, avanti tutto, immaginarsi un volto: partire da un volto. Perché?
Il mistero del mondo sta tutto dietro la faccia di un uomo; ogni uomo nasconde sotto l'arco della sua fronte un suo mondo, e un modo tutto suo di rappresentarlo.
Per questo tutti cercano di capire nel volto degli altri cosa celi di sé, di noi; cosa pensi della vita, della morte, di Dio: dell'universo appunto. 


Tutta la creazione è come se avesse il suo terminale nella comparsa di ogni uomo. 

E' un mistero che rimane ignoto perfino allo stesso soggetto: nessuno che sappia dire chi sia, cosa nasconda.
E tu continui a guardarlo in faccia: se mai tradisca il suo segreto.
Nessuno che riesca a parlargli se non guardandolo in faccia.
Parlargli è interrogarlo, è scrutarlo, spiarlo.
Per questo devi fare attenzione a ogni mossa della sua faccia, avvertire il battito del ciglio, soprattutto il modo con cui guarda.

E' così anche nei confronti di Dio: perciò l'invocazione straziante del salmista, ripetuta infinite volte: «Dio, rivela il tuo volto»; «Signore, mostrami il tuo volto»; «fa brillare il tuo volto su di noi e saremo salvi», «e avremo pace».

Solo che se vuoi vedere il volto di Dio, non hai che da guardare in faccia un uomo: è l'uomo la visibilità di Dio.
Per questo l'uomo è il grande enigma dell'universo; e il volto dell'uomo è il più grande libro. Ogni uomo non si ripete mai: ognuno è un momento dell'infinito invisibile; è una persona, cioè una "maschera" sul palco del mondo: uno che "suonaper...". Donde il personaggio che siamo ognuno di noi.

Questo il mistero della presente galleria di volti di S. Francesco: dal volto dipinto dal Maestro di Subiaco a quello di Piero Della Francesca, a quello in estasi del Piazzetta, lasciando libertà all'immaginazione di ognuno e certi che tutti portano in sé una propria interpretazione.
Ognuno cercherà di riassumersi e di proiettarsi nelle figurazioni che più ama: saranno queste presenze interiori a costituire l'essenza della nostra personalità, a dire della ricchezza del personaggio che siamo, a dire della folla che ci popola dentro.
O magari del deserto o della solitudine; cioè dell'assenza di ogni idea, e perfino di Dio.

Nessuno che possa mai dire che cosa lo invade e che cosa rappresenta; e tu a indagare, a cercar di capire. 
E' da qui che nasce l'infinita proiezione dell'arte, la sua necessità ermeneutica: arte come rivelazione del Mistero.
«L'arte - come dice Klee - non deve rappresentare il visibile, ma rendere visibile quello che spesso non lo è». E perfino rivelare, nei riguardi del soggetto rappresentato, quanto l'autore poteva perfino ignorare.
Per questo un volto e una stessa vicenda si possono prestare a infinite rappresentazioni: tanto più quando si è davanti a un'avventura inaudita e inesauribile come è quella di Francesco, la figura più "indiata" che noi conosciamo, la figura più riuscita di Cristo.

E come ognuno porta in sé un suo Cristo, così si può affermare che ognuno porta in sé un suo Francesco: donde la moltitudine dei volti, che pure sono sempre lo stesso volto: volti sempre veri e sempre da decifrare. 

Chiaro che qui c'è anche da esplicitare quanto appartiene al soggetto e quanto gli viene partecipato, di suo, dall'artista.

A questo punto ogni lettore è invitato a leggere da sé queste stupende immagini; a chiedersi cosa voleva dire Piero Della Francesca con quel suo massiccio Francesco, insieme con S. Elisabetta: tutti e due fissi a guardare lontano, così solidi, reali, eppure per niente "materiali". Bellissimi, sereni e tristi insieme; più triste Francesco, più serena Elisabetta, e ancora, secondo le emozioni di ognuno. E, per esempio, l'Anonimo di Subiaco cosa voleva dire? Quale Francesco rappresentava con quel volto bizantino, con quegli occhi che ti perforano; e anche lui così fisso e immobile? E del Francesco di El Greco? Un Francesco incupito, lugubre, dentro un cielo di nubi segnate da una luce infida; con mani quasi muliebri, con il volto già segnato dalla morte, una morte nascosta sotto l'immenso e pesante saio. 

E cioè: quanto di questa visione appartiene al dramma di Francesco o alla disperazione di El Greco?

Così il discorso sulla galleria francescana è appena iniziato. 

Quanto prima lo integreremo, lo amplieremo ...

 

 

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FRATELLO FRANCESCO

(Terni - Umbria / ITALY)


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