Il Duecento

 

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Il Duecento è caratterizzato da forti controversie per la pura osservanza della povertà
Due opposte tendenze erano sorte, fin dall’inizio, in seno all'Ordine: una riteneva essere incompatibile la stretta osservanza della povertà con l'evoluzione storica dell'Ordine: la giudicava impraticabile e cercava di ricondurla alla maniera con cui era osservata negli antichi Ordini monastici; l'altra propugnava un’estrema povertà, senza alcuna modificazione e concessione pontificia.
Contro questa duplice corrente estremista si oppose energicamente la maggioranza dei frati, che seguiva una via di mezzo.
Grandi santi e zelanti Generali, cercarono di mantenere inalterato l’ideale serafico della povertà e d’impedire una scissione nell’Ordine.
Si sentì allora il bisogno di rivolgersi ai romani pontefici, chiedendo loro una interpretazione autentica sulla Regola.


Lassisti

Dopo la morte di Francesco, il governo dell’Ordine passò nelle mani di frate Elia, in qualità di vicario generale già dal 1221.
Tenutosi, però, il Capitolo nel 1227, fu eletto generale Giovanni Parenti.
Costui aveva stabilito per la vigilia della Pentecoste del 1230 (affinché fossero presenti tutti i capitolari), di trasportare la salma di Francesco, dalla chiesetta di S. Giorgio, nella nuova e sontuosa basilica, fatta costruire da frate Elia per ordine del papa, sul Colle «inferior» (che la gente diceva «Colle dell’Inferno»), denominato poi: «Colle del Paradiso»; ma detta traslazione si dovette anticipare di tre giorni, per volontà dei magistrati della città, stimolati, secondo alcuni, da Elia, ferito nella sua ambizione per non essere stato eletto generale.

Iniziatasi la processione, si sollevò un grande tumulto e scompiglio, provocato da alcuni militi, per istigazione di frate Elia (come si crede).
Nella confusione, la salma di Francesco fu trafugata e nascosta in un sarcofago di pietra, scavato sotto la nuova basilica.
Vi fu, allora, una indignazione generale contro i provocatori di quel disordine.
Tenutosi, pertanto, il Capitolo nella imminente Pentecoste, veniva confermato come generale Giovanni Parenti.
Durante l'elezione, però, alcuni frati perturbatori irrompevano nell’aula e v’insediavano frate Elia.
I capitolari protestarono fortemente contro tale violenza: punirono i sediziosi, disperdendoli nelle varie Provincie, e decisero di mandare a Gregorio IX una legazione di cui faceva parte s. Antonio, per riferirgli ciò che era successo di scandaloso, e per chiedergli, nello stesso tempo, una interpretazione autentica della Regola e del Testamento.

Fu in questa occasione che il papa emanò la bolla «Quo elongati» (1230), con la quale dichiara, tra le altre cose, che il Testamento non obbliga; che i frati non sono tenuti ad osservare tutti i consigli evangelici, ma soltanto quelli espressi dalla Regola, come obbliganti in coscienza; che possono avere soltanto l’usufrutto delle cose, mentre la proprietà rimane sempre ai benefattori, e, in loro mancanza alla S. Sede; che nei bisogni il ricorso alla pecunia è lecito, da farsi, però, per mezzo dei nunzi o sindaci, ai quali spetta spenderlo per la necessità dei frati.

Nel 1232 Giovanni Parenti si dimise dal governo dell'Ordine, e venne eletto frate Elia, nella speranza che da generale si ravvedesse e mutasse costumi.
Invece, accecato forse dall'orgoglio, la sua condotta peggiorò.
E' vero che possedeva doti eccezionali e grande abilità di governo: sotto di lui l’Ordine si propagò, le missioni si moltiplicarono, favorì anche la scienza e la cura delle anime; ma decadde la serafica povertà.

Sebbene avesse amato sinceramente s. Francesco, non ereditò il suo spirito di semplicità, di umiltà e di povertà.
Si dice che facesse uso di denaro e di cavalli; che non osservasse la vita comune; che eleggesse superiori a lui favorevoli, preferendo i fratelli laici ai sacerdoti e deponendo quelli che non fossero dalla sua parte; e che fosse largo nel concedere privilegi e dispense ai suoi partigiani.
Allorchè i frati si accorsero che egli trascinava insensibilmente l’Ordine per una via opposta a quella tracciatagli dal suo serafico fondatore, si fece nuovamente ricorso al papa, denunziandogli i soprusi e gli scandali di frate Elia.
Fu indetto, allora, un Capitolo generale a Roma (1239) e frate Elia venne deposto.


Fondamentalisti

Quasi contemporaneamente a questa corrente lassista, un altro partito, irriducibilmente opposto, si andava formando in seno all’Ordine: il partito dei cosiddetti Spirituali.
Costoro, sebbene da principio fossero profondamente religiosi, in seguito divennero così irrequieti e fanatici, da turbare profondamente la pace e la serenità dell’Ordine: erano disobbedienti, ribelli, ostinati nelle loro idee ed inquinati di eresia.

Unica norma di vita per gli Spirituali era l’osservanza letterale e farisaica della Regola e del Testamento (anche questo, secondo loro, obbligante in coscienza come la Regola).
Non accettavano, quindi, alcuna dichiarazione pontificia.
Propugnavano una povertà alterata, ribelle, estrema, fino al punto di metterla come unica base e fondamento della perfezione religiosa, più che l’ubbidienza, l’umiltà e la stessa carità: osservavano la povertà per la povertà, non la povertà per uniformarsi sempre più a Cristo.
Quasi sempre imbevuti delle idee di Gioacchino da Fiore, facevano proseliti alla loro causa. Abitavano in romitori, vestivano vesti strette e corte, non attendevano agli studi, né alla cura delle anime.

Con precisione non si può determinare il tempo in cui ebbe inizio questo «Movimento spiritualistico»: si sa che nel 1280, alcuni di questi zelanti delle Marche, furono puniti e condannati al carcere perpetuo come eretici e nemici dell’Ordine; ma, poi, assolti dal generale Raimondo Gaufredi, furono mandati come missionari in Armenia.

Nel 1290 si erano già propagati anche in Toscana ed in Francia.

Gli Spirituali delle Marche nel 1293 furono chiamati «Poveri eremiti di papa Celestino», perché, essendo stati rifiutati, al loro ritorno dall’Armenia, dai ministri provinciali, ottennero dal papa Celestino V, l’autorizzazione di sottrarsi all’ubbidienza dei superiori dell’Ordine e mettersi alla dipendenza dei vescovi, continuando a vivere nei loro romitori ed osservando la Regola senza alcuna mitigazione pontificia.
Il loro primo superiore fu frate Pietro Liberato e dopo di lui frate Angelo Clareno.

Gli Spirituali della Toscana, erano invece guidati da frate Ubertino da Casale e quelli della Francia da frate Pietro Olivi.

 

Moderati

Fra le due opposte tendenze v’era la parte moderata, sostenuta dalla quasi totalità dei frati, particolarmente protetta e difesa da santi e zelanti generali, che, mentre cercavano di eliminare gli abusi e le irregolarità, si ingegnavano di conciliare gli animi, seguendo una via di mezzo.

Il successore di frate Elia, Alberto da Pisa (1239), s’era messo subito all’opera, per il rifiorimento dell’Ordine; ma poté fare ben poco, perché fu sorpreso dalla morte alcuni mesi dopo la sua elezione.

Aimone da Faversham (1240) fece di più: richiamò i frati alla osservanza della Regola, escluse i fratelli laici dalle cariche, limitò il potere del generale e dei provinciali e fece fare, per maggior chiarezza e tranquillità di coscienza, una prima esposizione della Regola dai quattro dottori di Parigi: Alessandro d’Ales, Giovanni de la Rochelle, Roberto da Bascià e Oddone Rigaldi.
Organizzò la «Liturgia dei Frati».

Il suo successore Crescenzio da Jesi (1244), sebbene fosse accusato dagli Spirituali di lassismo, in verità non fu tale.
Si distinse non solo per la sua dottrina, ma anche per la sua pietà e per il suo grande zelo.
Egli ottenne da Innocenzo IV con la bolla «Ordinem vestrum», che la S. Sede prendesse in suo dominio i beni mobili ed immobili, offerti ai frati, quando i benefattori vi avessero rinunziato.
L’opera sua fu ripresa e continuata dal b. Giovanni da Parma (1247), uomo austero e di profonda umiltà.
Osservò scrupolosamente la vita comune, si limitò, nell’uso delle cose, al puro necessario, contentandosi perfino di un solo abito.
Da generale visitò l'Ordine a piedi, togliendo gli abusi e ristabilendo la disciplina regolare; favorì la scienza ed ottenne dal papa i privilegi ecclesiastici, le sepolture nelle chiese francescane e che ogni provinciale potesse scegliersi per la propria Provincia uomini adatti ed onesti, che, quali vicari e rappresentanti della S. Sede, prendessero in dominio i beni, dati in uso ai frati.

Dopo dieci anni di saggio governo gli successe s. Bonaventura (1257).
Anche lui lavorò con molta saggezza e prudenza per estirpare tutti gli abusi introdottisi nell’Ordine, circa la povertà, l'uso del denaro, l'ozio e la divagazione dei frati, la costruzione sontuosa e curiosa degli edifici.
Volle che si coltivassero gli studi, e si avesse cura delle anime. Preferiva, specialmente per l’educazione dei giovani, conventi grandi, semplici e poveri.
Nelle comunità numerose - soleva dire - è più facile ottenere la disciplina regolare e una recita più devota dell’«Ufficio corale».
Nel Capitolo di Narbona (1260) riunì (con qualche aggiunta e correzione) le ordinazioni antecedenti, chiamate poi «Costituzioni Narbonensi».

Il lungo generalato (circa 17 anni) di s. Bonaventura da Bagnoregio, parve sopire le lotte tra i Lassisti e i Fondamentalisti, non perché le questioni fossero risolte, ma perché egli seppe dominarle con il suo spirito equilibrato tra il rigore e la dolcezza.
Egli operò tanto bene per l’Ordine, da meritarsi il titolo di «secondo fondatore».

Il suo successore fu Girolamo d’Ascoli, eletto poi papa col nome di Nicolò IV.
E' da ricordare in questo tempo la celebre decretale: «Exiit», che il papa Nicolò III emanò a favore dell'Ordine, dietro richiesta del generale Buonagrazia, successore di Girolamo d'Ascoli nel 1279.
Essa permette ai frati l’uso povero e moderato delle cose, il ricorso agli amici spirituali, l’accettazione di piccoli legati, ed autorizza i sindaci a ricevere, in nome della S. Sede, tutte le cose, donate in modo lecito ai frati, eccetto il denaro, che rimane sempre in dominio dei benefattori.

Fu, poi, Martino IV che determinò meglio l'ufficio del sindaco o procuratore con la bolla «Exultantes» del 1283: egli concesse di ricevere, in nome della S. Sede, tutte le elemosine (anche il denaro), di esigerle in giudizio, di fare contratti e di difendere le loro immunità, privilegi, etc.

Le suddette «Dichiarazioni pontificie» adattavano l’osservanza della Regola alle esigenze dei tempi, secondo il pensiero di s. Francesco.
Ma gli Spirituali, o Fondamentalisti, non vollero accettarle: si opposero ostinatamente.
Si misero così su di un falso binario, che li condusse alla completa rovina: caddero nel settarismo, divennero eretici; mentre tra i Moderati emersero delle nobilissime figure di santi e delle grandi personalità di dotti e di scienziati.