Il Trecento

 

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Il Trecento segna per il Francescanesimo, specialmente nella prima metà, un periodo molto burrascoso di lotta e di decadenza.

I Moderati si trovarono di fronte ad un doppio e più forte attacco contro la povertà: non solo dovevano difenderla dall'interpretazione aberrante degli Spirituali, ma anche salvarla dalla modificazione sostanziale che avrebbe apportato la bolla «Ad Conditorem canonum» di Giovanni XXII, la quale, rinunziando di accogliere in dominio della S. Sede tutti i beni usati dai frati, ne rimetteva la proprietà all’Ordine, in contrasto aperto con la Regola francescana.
Oltre a ciò, influirono potentemente sul decadimento della vita regolare di quel tempo: la carestia, la «Guerra dei Cent’anni» tra la Francia e l’Inghilterra (1337-1458), la peste nera del 1348 e del 1361, che, avendo svuotati i conventi, costringeva i superiori ad accettare in religione giovani non votati, tiepidi ed incapaci alla vita religiosa; e lo «Scisma d’Occidente», che portò anche nell’Ordine tanta confusione, costringendo l’Ordine serafico ad avere prima due, poi tre ministri generali (per «Scisma d’Occidente» s’intende quella scissione, avvenuta nel governo della Chiesa, con la coesistenza di due e poi tre papi: uno legittimo che aveva sede a Roma, l'altro illegittimo che stava ad Avignone; un terzo che verrà eletto a Pisa).

Tale periodo, che durò 39 anni (1378-1417), era iniziato con l’elezione dell’antipapa Clemente VII, e finì con l'abdicazione del legittimo papa Gregorio XII e la rinunzia dell’antipapa Giovanni XXIII.
Cessato lo Scisma, veniva eletto Martino V (1417).
Eppure da queste tristi vicende, l’Ordine uscì più vigoroso: dagli anni 1330 inizia in tutta l’Europa un lento e profondo risveglio, un ritorno alla pura osservanza della Regola.
Il Francescanesimo ha in sé una vita più forte di quella degli individui e più alta delle contingenze storiche.

 

Ostinazione degli Spirituali

Le contese sulla povertà tra Spirituali (Fondamentalisti) e Moderati, anziché dileguarsi, in questo secolo, si riaccesero e si acuirono talmente da provocare l’intervento dello stesso papa Clemente V.
Egli costituì una comissione di tre cardinali e di vari teologi, non appartenenti all’Ordine; chiamò alla loro presenza i rappresentanti dell’una e dell'altra corrente, per sentire le loro accuse e difese, dare un giusto e retto giudizio, e portarli ad un pacifico accordo.
Gli Spirituali, difesi dall’ex generale Gaufredi e da Ubertino da Casale, dissero che intendevano persistere nell’osservanza dei loro principi; anzi proponevano l’istituzione di alcuni romitori per quei frati che desiderassero vivere come loro.
I Moderati, difesi dal generale Gonsalvo de Balboa, da Alessandro d’Alessandria e dal procuratore Buonagrazia da Bergamo, risposero che tale atteggiamento non era affatto conforme allo spirito serafico, e che l'attuazione delle loro proposte avrebbe scisso l’Ordine: tanto più che l’Ordine non poteva essere coinvolto nelle loro perspicaci idee giacchimite. L’adunanza, quindi, si sciolse, senza aver ottenuto quell’accordo e assicurazione che si sperava.

In seguito a ciò, Clemente V emanò due bolle nel 1312: con la prima («Fidei Catholicae»), condannava gli errori di Pietro Olivi; con l'altra («Exivi de Paradiso») indicava ed enumerava i precetti della Regola, permetteva l'uso povero e moderato delle cose e proibiva ai frati di fare da esecutori testamentari, di ricevere eredità, latifondi, di tenere granai e cantine, ecc.
La condanna del loro maestro, Pietro Olivi, e la nuova Dichiarazione pontificia sulla Regola, irritò maggiormente gli animi dei Fondamentalisti, i quali, anziché sottomettersi alle disposizioni del papa, si elessero superiori propri, occupando vari conventi in diverse Provincie dell’Ordine.
Clemente V, dopo averli inutilmente esortati a sottomettersi ai legittimi superiori, li scomunicò.

Nel 1317, Giovanni XXII emanò contro di loro una bolla, con la quale li richiamava all’uniformità delle vesti, all’umiltà e alla soggezione, con minaccia di consegnarli all'Inquisizione se non avessero ubbidito (l’Inquisizione era un tribunale ecclesiastico per vegliare sull'integrità della fede contro gli eretici. Le pene contro costoro erano molto varie. La più grave consisteva nella scomunica e nel conseguente rilascio al braccio secolare, che voleva dire, quasi sempre, il rogo, a cui la potestà civile, di propria autorità, condannava l’eretico, considerato allora come un delinquente che, con la professione di false teorie, tentava incrinare l’unità religiosa e disturbare la tranquillità dello Stato. Totalmente diversa è, poi, l’Inquisizione spagnola, istituita da Ferdinando ed Isabella nel 1473, per vigilare sui Mori e sugli Ebrei, che continuamente tramavano contro la sicurezza del Regno; gli abusi dell’inquisizione spagnola furono ripetutamente condannati anche dai papi).
Solo cinque non vollero pertinacemente sottomettersi: furono, perciò, consegnati dall’Inquisizione al braccio secolare, che li condannò a morte.

Così si chiudeva infelicemente il dramma degli Spirituali-Fondamentalisti, che, con le loro stravaganze e riprovevoli ostinazioni, finirono con il cadere nell'eresia, divelti dall’Ordine e dalla Chiesa.

 

Nuovo attacco alla povertà

Si era appena chiusa questa triste parentesi nella evoluzione interna dell’Ordine, che un’altra se ne apriva ancora più grave e dolorosa.
Non si trattava più di mitigare l'eccessivo rigore spiritualistico; ma addirittura di difendere la povertà da nuovi e più violenti assalti, che ne minavano l’essenza stessa, alterandola e modificandola in modo da non avere più quella caratteristica fisonomia, lasciataci in eredità dal serafico Francesco.

Una forte controversia sulla povertà ebbe inizio in Francia nel 1321.
A Narbona, l'inquisitore domenicano Giovanni di Belna, mentre esaminava un beghino catturato, lo dichiarava eretico, perché, tra l’altro, sosteneva che Gesù e gli Apostoli nulla avevano posseduto né in privato né in comune.

In difesa della povertà assoluta di Gesù Cristo e degli Apostoli, si schierarono i Francescani, i quali, invece, ritenevano essere eretico chi osasse sostenere il contrario.
Nacque così un dibattito tra i Francescani e i Domenicani.

La questione fu portata dinanzi al papa in Concistoro: alcuni cardinali affermavano, altri negavano: i Francescani, però, senza attendere la decisione della S. Sede, nel Capitolo generale di Perugia del 1322, imprudentemente si pronunziarono col dichiarare sana dottrina l’opinione della povertà assoluta in Cristo e negli Apostoli, e comunicavano il loro giudizio a tutto l'Ordine e a tutti i fedeli del mondo con «Lettera enciclica».
Il papa emanò allora due bolle in punizione della loro prematura e inconsiderata soluzione.
La prima bolla «Ad Conditorem canonum» del 1322, annullava la «Dichiarazione» di Nicolò III («Exiit»), rinunziando di prendere in dominio della S. Sede i conventi e gli altri beni ad uso dei frati, ed aboliva i Sindaci apostolici (La suddetta bolla «Ad Conditorem» fu, poi, abolita da Martino V solo nel 1428, rinnovando quella di Martino IV sui sindaci apostolici).

In questo modo l’Ordine si trovò a possedere i propri beni come gli Ordini monastici: questa lettera è considerata come il fondamento del «Conventualesimo giuridico», in quanto creava per i frati il «diritto di possedere» contro il «diritto di espropriazione» previsto dalla Regola.
La seconda bolla «Cum inter nonnullos», dichiarava essere eretico il sostenere che Gesù e gli Apostoli nulla possedessero, né in privato né in comune: non che il papa non ammettesse in Gesù e negli Apostoli una vita molto povera, ma intendeva dire che dal Vangelo non risultasse che essi avessero fatto voto di povertà, con rinunzia giuridica ad ogni diritto di proprietà.
La «Dichiarazione» di Giovanni XXII non era quindi in contrasto con la bolla di Nicolò III, come erroneamente fu giudicata da alcuni.

L’Ordine ricevette un colpo fatale da quella condanna pontificia.
Sobillati da Ludovico il Bavaro, un gruppo di frati, tra cui lo stesso generale Michele da Cesena, non volle sottomettersi alla sentenza del papa, passando dalla parte dell’imperatore, che aveva dichiarato eretico lo stesso Giovanni XXII.

Michele da Cesena fu poi deposto e scomunicato: ma la maggioranza, grazie a Dio, rimase con la Chiesa e col papa.
Vi fu, è vero, il frate Pietro Rinalducci, che nel 1328 infelicemente si lasciava creare antipapa col nome di Nicolò V da Ludovico il Bavaro, ma fu per necessità politica del momento: andò a prostrarsi ai piedi del santo padre, chiedendogli umilmente perdono.

Dopo questi gravi e luttuosi avvenimenti, sembrava che fosse ritornata la calma; ma ecco che veniva nuovamente intaccata la serafica povertà.

Il generale Gerardo Oddoni, successore di Michele da Cesena, osò chiedere a Giovanni XXII, credendo di fargli cosa grata, l’abolizione delle «Dichiarazioni pontificie» e del precetto della proibizione del denaro.
Nel 1336 ebbe, anzi, l’infelice idea di imporre all’Ordine le «Costituzioni benedettine», le quali prescrivevano molte usanze monastiche, senza parlare né di povertà né di denaro, dando così all’Ordine una fisonomia, più che francescana, benedettina.

Sembrava che tutte le forze infernali avessero congiurato contro l’Ordine serafico e la sua gemma più preziosa: la povertà; ma anche questa volta ne uscì vittorioso, grazie all’aiuto e alla protezione della Provvidenza divina.
Quelle lotte, anziché distruggere, intensificarono l’amore per la purezza della santa Regola; fecero meglio conoscerla, apprezzarla e più fedelmente praticarla.

 

Inizi dell’Osservanza

Dalla seconda metà del Trecento comincia un moto di ritorno verso l'integrità della Regola, per mezzo di generali buoni e zelanti, di prelati protettori, di papi favorevoli… e soprattutto di quei silenziosi uomini di preghiera, che, come predisse s. Francesco, saranno sempre il vivaio dell’Ordine e la forza dei militanti.

Mentre si pensava di sopprimere la proibizione del denaro e disciplinare i Francescani nientemeno che sulla «Regola benedettina», come se fosse impossibile osservare la «Regola di s. Francesco», l'amore per il poverello di Assisie per la povertà risorgeva nel suo paese nativo: nella Valle spoletana.

Suscitatore di questa rinascita serafica, in Italia, fu il b. Paoluccio dei Trinci di Foligno (1368).
E' vero che un primo tentativo si ebbe con Giovanni della Valle nel 1334 e con Gentile da Spoleto: entrambi discepoli del Clareno, ritiratisi nell'eremo di S. Bartolomeo di Brogliano (Umbria) assieme a molti altri compagni, assetati anch’essi della perfezione francescana; ma il loro movimento fu soppresso per le solite singolarità nel vestire, e principalmente per colpa di elementi poco sicuri, che si erano infiltrati nelle loro file.

La riforma di Paoluccio, invece, continuò e prosperò, perché agiva sotto la completa dipendenza dei superiori, in perfetta uniformità di vita francescana, osservando la Regola secondo le dichiarazioni pontificie.

La sua riforma iniziata nell’eremo di S. Bartolomeo di Brogliano, passò, poi, nelle Marche e in Toscana, favorita dai superiori e ben accolta dappertutto, perché penetrava con umiltà, senza ostentazione di singolarità e senza richiesta di privilegi.
Nel 1390 aveva già ottenuto ventitre conventi, tra cui quelli di Fonte Colombo, di Greccio, delle Carceri, etc.

Moltissimi religiosi desideravano e chiedevano di essere ammessi in queste fervorose comunità, per meglio vivere lo spirito del serafico Padre.
Essi furono così denominati: Zoccolanti (perché in S. Bartolomeo avevano usato gli zoccoli, per difendersi dai molti serpenti, ivi annidatisi); «Fratres de familia» o «Fratres eremitoriorum» (per distinguerli dagli altri frati che, vivendo in conventi più grandi e che erano detti Conventuali); «Fratres regularis observantiae» (titolo che fu loro dato dopo il Concilio di Costanza del 1415).

Lo stesso movimento di risveglio serafico avveniva quasi contemporaneamente in Francia.
Con precisione non se ne può stabilire il tempo, si sa che già nel 1388 alcuni religiosi di Turenna (antica provincia di Francia) ebbero dal provinciale, p. Giovanni Filippi, il convento di Mirebeau, per potervi vivere con maggiore rigore e perfezione.
Occuparono poi, a poco a poco, altre residenze di Turenna, di Borgogna e di altre provincie di Francia.
Nella Spagna e nel Portogallo, invece, l’Osservanza apparve più tardi: verso il 1397.
I generali si mostravano molto benevoli verso tali religiosi di più stretta osservanza, concedendo loro favori e conventi.

Per da direzione di queste comunità osservanti, già costituite o da costituirsi, furono nominati dei commissari generali: il b. Paoluccio dei Trinci, per l’Italia; il b. Pietro da Villacreces, per la Spagna; Tommaso de la Cour, per la Francia.

Così l’ultimo dramma francescano del Trecento, che cominciava con la causa di Ubertino da Casale, si accende in tono di tragedia nell’ira di Giovanni XXII contro gli Spirituali, nella negazione della povertà, nella ribellione di Michele da Cesena; poi declina dolorosamente fino al tentativo di una costituzione benedettina da imporre all’Ordine: ha infine un epilogo promettente nel sorgere dell’Osservanza.

Quando tutto si temeva perduto, tutto ricominciava; il tessuto si ricomponeva sotto la superficie.