Il Settecento

 

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Con il Settecento si entra in un periodo tribolatissimo per la vita francescana.
L’Ordine viene a trovarsi fra due fuochi: da una parte le animosità tra i Riformati e gli Osservanti, tra questi e i Conventuali, tra i frati spagnoli e quelli non spagnoli; dall’altra, i violenti attacchi e le ostilità brutali dei sovrani, che, ingerendosi abusivamente nel governo dell’Ordine, dettano leggi e riforme, sopprimono conventi, interdicono i voti, coartano la libertà, al punto che né il generale né il papa possono convocare un Capitolo senza il loro «placet».

Le conseguenze di questa tristissima e difficile situazione furono molto amare e disastrose: il rilassamento della vita religiosa; la riduzione dei conventi e l’assottigliamento delle vocazioni non solo nel numero, ma anche nella qualità.

Solo i Ritiri non furono travolti dalla bufera devastatrice, o per lo meno, non ebbero così gravi danni come gli altri conventi: veri fari luminosi e porti d’ancoraggio fra la tempesta, essi rifulsero di maggiore santità, indicando ai traviati, ai dispersi, agli scoraggiati ed agli abbattuti la via della pace, della tranquillità, della propria risurrezione spirituale.

 

Discordie interne

La situazione dell’Ordine, in questo secolo, è aggravata anzitutto dai dissensi interni.
Le relazioni tra Riformati ed Osservanti, anziché tendere ad affratellarsi pacificamente, s’incrudiscono.
Si era deciso di eleggere un comune commissario generale per gli Osservanti e per i Riformati (dal 1706 vi erano stati due vice-commissari: uno per l’Osservanza ed uno per i Riformati).

Gli uni e gli altri, però, avrebbero voluto che la scelta fosse fatta dalla propria famiglia.
I dissensi, quindi, si accentuarono al punto che dovette intervenire il papa, stabilendo nuovamente un vice-commissario per l’una e l’altra parte, fino al prossimo Capitolo.

Fu allora che i Riformati tentarono o di separarsi completamente dall’Osservanza, sull’esempio dei Cappuccini e dei Conventuali, o di fare eleggere il generale dalla loro Riforma.

Si temeva una nuova spaccatura nell’Ordine serafico, ma fu scongiurata.
Sigismondo Neudker, provinciale dei Riformati della Baviera, vi si oppose decisamente: egli non approvò questo nuovo distacco dalla madre Osservanza, perché, secondo lui, non vi erano motivi sufficientemente gravi.

Scrivendo, infatti, a Giovanni da Pietrafitta, vice-commissario dei Riformati, diceva che era necessario riformare i propri costumi, piuttosto che scindersi, perché quel disordine interno era provocato non tanto dalla rilassatezza disciplinare degli uni e degli altri (Osservanti e Riformati), quanto massimamente dalle continue contese sorte dalla disunione delle due Famiglie.
Proponeva, quindi, una nuova bolla d’unione, come quella del 1517, con la compilazione di nuove costituzioni generali vincolanti sia per i Riformati che per gli Osservanti, pur restando gli usi propri di ciascuna provincia.
Sosteneva, inoltre, che nella scelta del generale si dovesse tenere presente la capacità e l’idoneità dell'individuo, più che la sua nazionalità o famiglia religiosa.

Tra i Conventuali e gli Osservanti si discuteva, invece, sulla precedenza: quale, cioè, dei due Ordini fosse il più antico e quale delle due grandi basiliche (S. Francesco e S. Maria degli Angeli) fosse la chiesa madre di tutto l’Ordine.

Benedetto XIII impose silenzio sulla prima questione, perché fonte di gravi urti e disordini; mentre dichiarava che tutte e due le basiliche, sebbene per motivi diversi, potessero ritenersi «chiese madri» di tutto l’Ordine: quella di S. Francesco, perché racchiude il corpo del serafico Padre; quella di S. Maria degli Angeli, perché fu la prima culla della Famiglia francescana.

Anche i rapporti con i frati spagnoli erano tesi.
L’ingerenza del re di Spagna nel governo dell’Ordine, e l’ininterrotta elezione di generali, scelti dalla Spagna o da Provincie ad essa soggette, con conseguente trascuratezza della visita al resto dell'Ordine (perché non appena eletto, il generale si ritirava nella sua patria), avevano fortemente eccitato gli animi, fomentando discordie, alterchi ed accuse contro i frati spagnoli.
I disordini, quindi, si allargano, gli abusi si moltiplicano, la disciplina regolare si rallenta.
Al dilagare di tanti mali intervennero, è vero, zelanti generali, ma con scarsa efficacia.
Così il generale Politi ottenne da Benedetto XIV di eleggere di propria autorità non solo i provinciali, ma anche i definitori, per eliminare l’abuso delle cattive elezioni; fu anche autorizzato a poter disporre delle cose come meglio avesse creduto per il bene dell’Ordine, senza attenersi, se fosse il caso, neppure alle costituzioni.
Il generale Frosconi fu poi severissimo nell’accettazione dei novizi.
Ma questi tentativi di restaurazione venivano potentemente ostacolati dall’opposizione aperta dei sovrani, che limitavano o impedivano del tutto qualsiasi azione riformatrice dei generali.

 

Ingerenze e angherie dei sovrani

Oltre che dagli ostacoli interni, la compagine dell’Ordine veniva sconvolta e disgregata dalle vessazioni dei sovrani, con persecuzioni aperte e subdole, con dispersioni violente dei religiosi, con depredazione dei conventi: insomma con ogni sorta di angherie.
Questa lotta antireligiosa, così deleteria e brutale, si era diffusa in tutta l’Europa.

Nella Spagna, il re aveva proibito ai capitolari spagnoli d’intervenire al Capitolo generale, qualora fosse stato celebrato fuori del suo regno.
In Francia, Luigi XV diede la stessa proibizione; istituì inoltre la cosiddetta «Commissione dei Regolari», composta di laici e di ecclesiastici, in massima parte infetti di Giansenismo, la quale, con lo specioso pretesto di riformare gli Ordini, fece chiudere molti conventi, cambiare gli statuti, e ridusse al minimo il numero dei religiosi, tanto che, nel giro di pochi anni, i frati da ventiseimila scesero a seimila.

Quest’odio, divenuto sempre più atroce, sfociò poi nella triste ed orrenda Rivoluzione francese del 1789, durante la quale, molti Francescani furono condannati alla ghigliottina, uccisi e deportati, ed i loro conventi furono in massima parte soppressi e distrutti con una violenza e barbarie inaudita.

Anche in Germania fu interdetto al ministro generale ogni atto di giurisdizione.
Lo stesso avvenne nei Paesi Bassi con Giuseppe II, e nel regno delle due Sicilie con Ferdinando IV.
In Italia, dove la massoneria da tempo preparava il terreno, l’ondata demolitrice si avventò con le milizie napoleoniche, le quali non solo occuparono i chiostri e dispersero i religiosi, ma anche saccheggiarono conventi e chiese, rubarono immagini votive, dilapidarono mosaici, reliquari e vasi sacri con una furia da predoni.
E distrussero barbaramente le antiche biblioteche claustrali. Valga per tutti l’esempio di Aracoeli.

Durante quella «Repubblica Tiberina», che tra il 1798 e 1799 desolò Roma e abbandonò tesori di arredi sacri in mano agli Ebrei, prima 2500 francesi, poi 3000 polacchi stazionarono nel convento di Aracoeli, agognato per la sua posizione comoda e forte sul Campidoglio.

I frati alla prima occupazione dovettero abbandonarlo nello spazio di tre ore e si rifugiarono parte a S. Bartolomeo all’Isola, parte a S. Francesco a Ripa, parte ai Santi Quaranta, parte a S. Bonaventura; più tardi vennero incorporati nei conventi delle Marche e dell’Umbria.
Gli occupatori non rispettarono nulla: svaligiarono la sagrestia, la chiesa, il convento; nella spezieria, nella cucina, nella biblioteca non rimase neppure una tavola, e nemmeno cancelli, porte, finestre, tubi di conduttura d’acqua; nulla rimase di quello che poteva essere asportato.
Aprirono i sepolcri e li frugarono per spogliare anche i morti.
Dopo cinquecentoquarantasette anni di fervida vita francescana, il convento di Aracoeli era ridotto alle mura e ad una parte del tetto.
La sorte di Aracoeli nel 1799 rappresenta, in grande, quella che toccò a tutti i conventi che si trovavano sulla via dei «Liberatori».

 

Diffusione dei Ritiri

Ad onta dell’infuriare della bufera antireligiosa e satanica, sorgevano e si moltiplicavano qua e là i sacri Ritiri: quei luoghi di orante e penitente solitudine, che, mentre servivano di rifugio e di ristoro ai Francescani, assetati di pace, di calma e di perfezione, erano nello stesso tempo i parafulmini della giustizia di Dio per quella società così traviata e decadente.

Il b. Tommaso da Cori aprì un sacro Ritiro a Palombara, presso Roma (1703), sullo stesso stampo di quello di Civitella, ora Bellegra, fondato nel 1684.
S. Teofilo da Corte, dopo esser vissuto per lunghi anni nei due suddetti Ritiri in compagnia del b. Tommaso da Cori, si recò in Corsica, per inaugurare un Ritiro a Zùani (1731); dalla Corsica passò poi in Toscana e fondò quello di Fucecchio (1737).
Il b. Leopoldo da Gaiche fondò il sacro Ritiro di Monteluco, presso Spoleto (1788).

Quasi il raccoglimento abituale del Ritiro non bastasse, s. Leonardo nel 1716 chiese alla «Sacra Congregazione dei Regolari» di fabbricare una solitudine, o vero romitorio sulla cima di un monte chiamato l'«Incontro», cinque o sei miglia dal convento del Monte alle Croci (Firenze).
L’«Incontro» doveva essere, secondo il pensiero di s. Leonardo, un «ritiro del ritiro», cioè una casa di esercizi per i religiosi di S. Francesco al Monte e del Palco; più angusta, più povera dei Ritiri ordinari, e non poteva ospitare un frate oltre due mesi all’anno.

S. Leonardo e i suoi sospiravano questa grazia, per ritirarsi a vicenda dal tratto di tutte le creature ed unirsi più facilmente con Dio.
Fino all’ultimo anno della vita, s. Leonardo tutelò i «Ritiri», cercando di mantenere ad essi il carattere di luogo di libera elezione per i Francescani che volessero spontaneamente ritemprarsi o salire ad una povertà più perfetta.