Il volto attuale di una provincia: le Marche

 

testo alternativo

1. Una geografia francescana delle Marche

Nel 1199, quando S. Francesco aveva 17 anni, i magistrati di Assisi provvedevano ad aprire una porta, probabilmente in seguito a un allargamento della cinta muraria, e non dimenticavano di tramandare ai posteri il ricordo della loro impresa su una lapide che si legge ancora: « ... PER HANC PORTAM ITUR IN MARCHIAM». 
La lapide fu ritrovata in un ripostiglio e collocata dal benemerito A. Fortini sulla porta che si apre al termine della via che da S. Rufino si affaccia sul torrente Tescio, lo costeggia dall'alto, vi discende, l'attraversa e continua per Nocera. 

È la via dritta per le Marche che, attraverso il valico del Cornello, collega Pioraco (Prolaqueum) a S. Severino (Septempeda) e al cuore delle Marche. 
Non era questa la sola via di comunicazione con le Marche. 
Si può dire che ogni paese del versante umbro comunicasse con quelli del versante opposto marchigiano con propri sentieri.

Per gli assisani la Marca era la fascia di territorio che dall'ultima catena dell'Appennino (la così detta cortina del S. Vicino) si estende fino al mare. 
I paesi intermedi (Camerino, Fabriano) non erano propriamente «Marca» : tuttora i loro abitanti chiamano genericamente «Marche» la grande fascia costiera marchigiana. 
Ciò che non era strettamente «Marca» per gli assisani era «Ducato», un nome che abbracciava la stessa Assisi, Foligno, Camerino, in una parola parte delle terre che nell'Alto Medio Evo avevano costituito il Ducato di Spoleto. 
Ragioni storiche ed etno-grafiche, al tempo di S. Francesco, avevano di fatto cancellato ogni reale confine tra le Marche e l'Umbria, all'infuori di quelli che esistevano tra comune e comune.

Per gli Umbri (una delle poche popolazioni d'Italia prive di una spiaggia) le Marche, o la Marca, rappresentavano l'area più vicina al mare. 
Si può esser certi che la vista della sterminata superficie azzurra era uno dei motivi che inducevano i pellegrini a scegliere le vie che li portava nelle Marche. 
Per coloro che si muovevano per fini materiali, la Marca rappresentava una buona arca di commerci. 

Occorre tener presente la grande funzione di collegamento che il porto di Ancona esercitava non solo per le Marche, ma anche per una parte dell'Umbria con l'opposta riva dalmata, dove prosperavano attivissime città marinare {Ragusa, Zara, Spalato) soprattutto per il commercio della lana.

Il Poverello di Assisi è stato sicuramente nelle Marche almeno cinque volte, battendo forse le stesse vie percorse qualche volta in compagnia del padre mercante. 
A richiamare così frequentemente il Santo nelle Marche ci saranno stati certamente dei motivi che non importa indagare di proposito.
Noi ne vediamo qualcuno nella disponibilità di gran parte della popolazione marchigiana ad accogliere il suo messaggio. 
Ci riferiamo in particolare alla zona che abbraccia la maggior parte della regione (da Jesi ad Ascoli) il cui nome proprio è Piceno (ognuno ha capito che «Marca» è nome importato, germanico), una regione umanissima e francescana ante litteram

Il successo raccolto da S. Francesco in Ascoli («trenta fra chierici e laici lo seguirono») fu tale da destare l'ammirazione del biografo Tommaso da Celano. 
In verità, trattando argomenti della stessa zona, ci siamo avveduti di una coeva, sorprendente fioritura del nome «Francesco» dopo la sua andata in Ascoli e quando ancora il nome del Santo di Assisi tardava a diffondersi in altre parti d'Italia. 

Il Sabatier ha messo in relazione questa affinità piceno-francescana e ha potuto affermare che se è vero che il francescanesimo è nato in Umbria, la regione che l'ha accolto con più slancio sono le Marche.

Ci possono essere altri motivi. 
Per es., S. Francesco non poteva dimenticare che due giovani della Marca di nobile famiglia (la più bella conquista della sua vita!) avevano deciso di seguirlo dopo averlo udito predicare a Bologna. 
A uno di essi, Rizzerio della Muccia (assai probabilmente lo stesso fra Bonizio che assiste S. Francesco nella redazione della regola a Fonte Colombo), farà giungere un messaggio con il quale lo assicurava «che a nessun altro frate voleva bene come a lui!». 

Spesso le vie dei piedi sono quelle del cuore. 
Dalla nobile famiglia di fra Pellegrino da Falerone usciranno in breve altri cinque frati Minori.
Forse è immeritato il disprezzo con cui oggi si accomuna nobili e signori. 
Sarebbe interessante una statistica sull'estrazione sociale dei primi frati Minori. 
Si scoprirebbe, con molta probabilità, che la maggior parte dei religiosi del periodo eroico dell'Ordine proveniva da famiglie nobili o da famiglie che erano state o si ritenevano tali.

Un altro motivo di richiamo, per quanto riguarda Fabriano (la città delle Marche più vicina ad Assisi), era il ricordo di alcuni cittadini che avevano combattuto con lui nella guerra di Assisi contro Perugia: alcuni di questi alleati di Assisi (anche qui si tratta di piccoli nobili locali) fungeranno da testimoni nella fondazione del primo convento francescano a Fabriano.

 

2. Le due impostazioni di vita dei francescani: conventi rurali e conventi cittadini

II francescanesimo nasce nelle Marche con l'impronta della prima esperienza di vita di S. Francesco e dei suoi seguaci. 
È una diffusione itinerante, affidata alla provvidenza e alla carità, per lo più, di qualche abate o nobile locale. 
Una chiesuola con un edificio accanto in cui pregare e ripararsi dalle intemperie era quanto bastava a questi muti messaggeri di una spiritualità più vera e reale.

Di ogni attuale convento «cittadino», cioè costruito dentro le mura, si può scoprire l'antenato, ossia il convento di campagna, dove posero piede la prima volta i frati. 
Come e perché il passaggio dalla campagna alla città si sia verificato, è cosa ancora da studiare e spiegare. 
Si può affermare che non sempre è avvenuto per il desiderio di una sede più comoda. 
Qualche volta sono stati i comuni a sottrarre i religiosi dimoranti in campagna alla tutela dei feudatari o degli abati e a forzarli a entrare dentro il muro del loro castello.

Accanto a questa diffusione rurale, appoggiata a una chiesa abbandonata, a un ospedale per viandanti e malati, ne prende appena figura un'altra, di coloro che ritenevano un'occasione di distrazione la stessa dimora in campagna, vicino alle strade, e cercavano luoghi più nascosti, lontani, in una parola gli eremi. 
Una esigenza che si avverte, vivente S. Francesco. 
Pensate ai frati che dimoravano alla Porziuncola, tipica dimora rurale, allora, e ai religiosi cui piacevano le selve del monte Subasio: sono queste le vere due anime del francescanesimo, insopprimibili, perché il francescanesimo è nato con codeste due anime, presenti anche in S. Francesco (ricordate il suo dubbio se dedicarsi alla vita eremitica o a quella apostolica? Il Santo scelse la seconda, ma gli rimase la nostalgia della prima; predicherà a Bologna, ma amava la Verna). 

Di cedesti eremi vi era grande abbondanza, come di chiesuole campestri. 
Dovunque, dal Montefeltro ad Ascoli, in prossimità delle sorgenti dei fiumi che scorrono paralleli al mare, nelle rocce esposte al sole, dove si apre una caverna, troverete il ricordo di un eremo.
Generalmente si tratta di luoghi appartenenti a un istituto monastico, oppure a una riforma monastica che aveva scelto il ritorno alla vita eremitica.

 

3. La terra dei «Fioretti»

Vogliamo qui ricordarne quattro. 
Tra Sefro e Sorti, alle sorgenti di un piccolo affluente del torrente Scarsito, che unisce queste due località e si getta nel Potenza a Pioraco, s'aprono, al sole, nella roccia, due cavità che il popolo chiama tuttora «I Frati», il cui titolo e S. Bartolomeo delle Carpesete
Non avrebbe importanza se il Clareno, nelle Sette Tabulazioni, non scrivesse che fra Bernardo, primo compagno di S. Francesco, ci visse nascosto per qualche tempo per sfuggire alle vessazioni di fra Elia. 
Il Clareno è polemico, ma è marchigiano e sapeva di scrivere a marchigiani che avrebbero potuto controllare le sue affermazioni.

Su un fianco del S. Vicino, dove la cima del monte comincia a uscir nuda dal verde dei prati, s'apre una grotta che il popolo chiama «di S. Francesco», sulla quale non si possiedono al momento fonti scritte. 
Ma il nome può chiarire un passo dei Fioretti (cap. 42): Fra Bentivoglio da S. Severino (una cittadina da cui nel Medio Evo dipendeva la grotta), essendogli stato comandato dai superiori di recarsi «nel luogo del S. Vicino», si prese sulle spalle un lebbroso e in men che non si dica, dal convento di Ponte La Trave (lungo il fiume Chienti), visibile dal S. Vicino, si trovò nel convento che gli era stato destinato.

Soffiano è un altro eremo di cui si fa espressamente e replicatamente cenno nei Fioretti di S. Francesco (cap. 46-47). 
È importante soprattutto perché dell'eremo propriamente detto è stata ritrovala la carta di fondazione ad opera di alcuni pii signori del luogo (tra Sarnano e S. Ginesio) che ne fecero dono «al prete Aberto e ai suoi compagni» perché vi conducessero vita eremitica «secondo gl'insegnamenti dei Santi Padri», una frase che sembra far riferimento più al monachesimo orientale che alla Regola di S. Benedetto. 
La carta è del 1101. 

I frati, di cui parlano i Fioretti, occuparono il luogo ormai abbandonato dai monaci per i quali era stato fondato. 
È importante. 
Da Soffiano, quasi certamente, proveniva fra Michele Minorita, catturato a Firenze su delazione e arso vivo in quella città nel 1389.

L'eremo tuttavia che, nelle Marche, ne vince ogni altro per altezza, solitudine e per l'orrido che lo circonda è la così detta Grotta dei Frati in comune di Fiastra, lungo il fiume Fiastrone che più a valle bagna il convento di Colfano, nella stessa area ginesino-sarnanese che ha visto sorgere altri sei luoghi nel periodo delle origini. 

Il suo vero nome è Eremo di S. Egidio (di origine monastica), mutato in quello corrente dopo che vi ebbero messo piede i seguaci di S. Francesco. 
Se ne ha memoria fin dal 1256 e fu abitato dai frati fino alla soppressione Innocenziana dei piccoli conventi in Italia (1652).

All'interno di una spelonga profonda 10 mt. si eleva una chiesetta ancora intatta ma nuda, senza finestre e una sola porta ogivale larga quasi quanto la facciata e non sembra che fosse chiusa da battenti. 
Forse era un «santuario» alla maniera orientale e al posto dei battenti pendevano delle lampade.
Le funzioni liturgiche si svolgevano su un altare più vicino all'uscita dell'antro e agli edifici del convento, addossati alla roccia esterna che fungeva anche da parete e sul davanti poggiavano parte sullo scoglio, parte su muri di sostegno. 
Il fiume scorre circa 150 mt. più in basso e se ne sente appena il rumore. 
Vi si accede dal fiume e, prima di esso, dal più vicino villaggio di Monastero per un sentiero trasversale, che a un certo punto s'innesta in una stradina proveniente da Montalto di Cesapalombo.

 

4. Spirituali e Fraticelli

Da questa accoglienza del francescanesimo nelle Marche, da questa congenialità dell'ideale francescano con quello dell'umile gente picena, dovevano prodursi due fatti importanti e sotto un aspetto inevitabili. 
Dove il francescanesimo è diventato epopea è proprio nelle Marche, in Piceno, e ha trovato nei Fioretti di S. Francesco il suo poema in prosa. 
Da questo libro, e più dal suo testo originale latino, gli Actus B. Francisci et Sociorum eius, traspirano l'ambiente e i sentimenti dei primi seguaci del Poverello nella regione: i bisogni della vita ridotti all'essenziale e in compenso una grande libertà di spirito e la gioia per la loro scelta di vita. 
Non sono tutto questo i Fioretti?

L'altro fatto, che caratterizza il volto del francescanesimo marchigiano è l'attaccamento delle prime schiere dei seguaci del Poverello al suo modello di vita e la invincibile contrarietà a tutto ciò che vi opponesse. 

Noi forse non ci rendiamo perfettamente conto della lacerazione che in molti spiriti ha prodotto il graduale abbandono dei luoghi di campagna per quelli di città, e quello che potrebbe chiamarsi il lento inurbamento dell'Ordine. 
Da questo stato d'animo doveva nascere una reazione che nelle Marche si manifesta intorno al 1274 ad opera di fra Pietro (postea, Liberato) da Macerata, fra Pietro da Fossombrone (?, alias Angelo Clareno), fra Tommaso da Tolentino (che subì il martirio per la fede a Bombay), i quali si pongono su un piano di dissenso e giungeranno alla rottura con le gerarchie locali dell'Ordine, che reagiscono condannandoli al domicilio coatto (il Clareno dichiara di essere stato relegato nel convento di Forano). 

Questa reazione era in parte pretestuosa e palesa un contrasto di fondo tra l'elemento Iaicale (i nominati e i loro adepti erano in gran parte non-sacerdoti) e quello strettamente clericale, tra una scelta di vita semplice e la corsa verso il sapere, spesso vuoto e verboso. 

Da questa posizione nascerà il movimento degli Spirituali che in Italia, proprio nelle Marche, si manifesterà con maggiore incisività, ma che paleserà presto anche i limiti del proprio estremismo. 

Tutto pare riassumersi nella umana vicenda di fra Angelo Clareno, esule in Grecia, ospite dell'abate di Subiaco, morto ai piedi di Marsico Vetere, in Basilicata. 
Oppositore della cultura accademica, non rinunzia tuttavia ad apprendere il greco e traduce da questa lingua.

Insorto in nome della più pura osservanza della Regola, dà al suo ideale di vita l'impronta del monachesimo orientale e muore come un asceta in cui è difficile riconoscere il vero e schietto seguace di S. Francesco. 
È morto con il suo tormento.

Non migliore è stata la sorte dei suoi seguaci. 
Il disprezzo per la cultura scolastica, che in Angelo Clareno è riservato al solo sapere accademico, essi l'hanno esteso al sapere in genere e sono vissuti di solo accattonaggio, praticamente senza più un capo, ogni gruppo vivente per suo conto in romitori segregati, una scelta di vita che presumeva di essere povera, ma che invece era motivata dalla fuga da ogni impegno, dal desiderio del quieto vivere e forse anche dall'ozio. 

A questo punto lo stesso, glorioso, nome di Spirituali scompare, e il popolo prende a chiamare codesta sorta di religiosi Fraticelli, in cui sopravviverà ancora qualche sincero e santo religioso (e le carte sembrano attestarlo), ma tra i quali si nascondono anche falsi mendicanti, persone di dubbia moralità, serpeggiano movimenti d'insubordinazione verso le autorità ecclesiastiche e vige un associazionismo di carattere commerciale. 

Ecco come gli eredi dei ribelli del 1274, insorti in nome della più pura osservanza della Regola, finiscono con il diventare (come li definisce S. Giacomo della Marca nella seconda metà del sec. XV) «mercanti di buoi». 
La loro dissoluzione sta a dimostrare che nessun sincero movimento di rinnovamento avrà successo se non è sostenuto da una dialettica, che non può fare a meno del sapere, anche quando si oppone alla cultura vigente. 

Angelo Clareno (questo veramente grande marchigiano, di cui ora possediamo l'ottima biografia della von Auw e le lettere edite dalla stessa) si era messo su questo piano. 
Ma non ha avuto veri eredi.

 

5. La Provincia dei Frati Minori marchigiani, oggi

La consapevolezza del ruolo svolto dalla propria regione nella storia dell'Ordine, all'inizio di questo secolo, mosse il P. Candido Mariotti a fondare una biblioteca esclusivamente francescana, a Matelica, allora sede della curia della Provincia detta Lauretana

Dopo il conflitto 1915-1918 lo stesso proposito spinse il P. Ciro Ortolani da Pesaro, della Provincia di S. Pacifico, a raccogliere libri non solo francescani, ma anche «piceni», ossia riguardanti la storia marchigiana, e a fondare una biblioteca Piceno-Francescana a Treia, accanto alla chiesa del SS. Crocifisso da lui ricostruita nelle proporzioni di un tempio maestoso.
Insieme il P. Ciro aveva dato vita a una rivista di studi storici francescani locali, Picenum Seraphicum, che tenne in vita per cinque anni, ma che poi, chiamato ad altri incarichi, lasciò o sospese, con rammarico dei cultori di cose francescane. 

Con la fusione delle due province nell'unica di S. Giacomo della Marca, anche le due biblioteche, ad opera di chi scrive, si sono fuse nell'unica Biblioteca Francescana di Falconara M., allora sede provinciale. 
Contemporaneamente è stata ripresa e incrementanta l'ottima idea del P. Ortolani di affiancare alla Francescana una raccolta di libri marchigiani e di fonti medioevali. 
Al presente la biblioteca conta circa 10.000 libri e opuscoli di autori francescani o di scrittori di cose francescane; una raccolta di oltre 140 edizioni dei Fioretti di S. Francesco; la collezione quasi completa delle riviste culturali e storiche dell'Ordine (anche straniere), le collane dei vari istituti storici dell'Ordine, un deposito di 35 codici, i soli rimasti in mano dei religiosi dei 180 e più manoscritti raccolti da S. Giacomo della Marca a Monteprandone; 2.000 volumi di cose marchigiane; una scelta dei Monumenta Germaniae Historica più confacenti alla storia italiana; i Regesti di Farsa, le Fonti e il Bollettino dell'Istituto Italiano per il Medio Evo; le pubblicazioni del Centro Italiano di studi sull'Alto Medio F.VO di Spoleto, ecc.

La sede di Falconara è incongrua e stracarica e opposizioni ispirate da meschini interessi hanno finora impedito di trasformare questo complesso in un istituto di cultura con sede autonoma dipendente dalla Provincia.

Nel 1967, in preparazione del V Centenario della morte di S. Giacomo della Marca, veniva ripresa la pubblicazione di Picenum Seraphicum con un settore di studi dedicati a S. Giacomo e una sezione di Studi vari di cose francescane picene. 
Contemporaneamente venivano indetti annualmente convegni dedicati a S. Giacomo della Marca e al francescanesimo del suo tempo. 
In particolare veniva trattata la Libreria di S. Giacomo della Marca (una cospicua raccolta di manoscritti), la sua iconografia, la bibliografia, il movimento degli Spirituali in un memorabile convegno tenuto a Sarnano, la predicazione francescana nel Quattrocento, i Monti di Pietà e i rapporti tra S. Giacomo e la sua regione. 

Gli atti hanno visto la luce nella rivista. 
Hanno collaborato all'iniziativa (che è stata una delle più rilevanti nel campo francescano in questo scorcio di secolo) studiosi del Collegio dei PP. di Quaracchi, ora di sede a Grottaferrata, dell'Istituto Storico dei PP. Cappuccini di Roma, della Cattedra Francescana dell'università di Perugia, valenti studiosi e ricercatori di archivio dell'Umbria e delle Marche.

Contemporaneamente venivano edite opere singole su S. Giacomodella Marca: De vita et operibus, il Dialogus contra Fraticellos e il trattato De sanguine Cristi dello stesso, a cura del P. Dionisio Lasic', e tre volumi dei suoi Sermones Dominicales dati alla luce dal P. Renato Lioi, che ora attende a un quarto volume di supplementi e indici. 

Rimangono inediti gli Acta Sancii lacobi, altra poderosa opera del P. Lasic', in cui raccoglie cronologicamente (anno per anno, mese per mese e, dove è possibile, giorno per giorno) quanto compiuto e operato da S. Giacomo della Marca in Italia e fuori, con l'edizione critica di tutti i documenti che lo riguardano. 
Questa opera resta da pubblicare nella sua interezza e sarà la base per la futura biografia del Santo da inquadrarsi nel suo tempo e nelle vicende dell'Ordine. 
Il centenario della sua nascita (1993), offrirà, a chi vive, l'occasione di dare alle stampe quest'opera rimasta inedita e così premiare la fatica di chi vi ha atteso.

A questi rilievi è d'obbligo una aggiunta sull'attualità della Provincia, cioè sulle sue attività presenti, le Missioni: varie case in Argentina; nel complesso non una missione, ma un aiuto fraterno al clero locale insufficiente di numero. 

Perduta o chiusa la missione di Cina, oggi la Provincia non ha una vera missione sulle frontiere afro-asiatiche dove il cristianesimo è meno conosciuto ed esiste una maggiore disponibilità ad accoglierlo. 

Carità: prospera in Ancona la Pia Opera che trae nome dal suo fondatore (P. Guido Costantini) e ha larga risonanza nel cuore della generosità cittadina. 
Si occupa d'infanzia abbandonata, di giovinette, di ammalati. 

Case di recettività: Repubblica di S. Marino, Loreto, Grottammare, S. Liberato e di formazione (Colfano). 

Parrocchie: 24 di numero, né occorre farne il nome. 
Eccetto alcune parrocchie rurali, assunte per far fronte alla scarsezza di clero diocesano, le altre, dove non costituiscono una concorrenza al clero secolare, limitano le attività dei religiosi a circoscrizioni territoriali e ne impediscono altre più aperte e più consone allo spirito e alla fantasia dei religiosi francescani. 

Cultura: docenti universitari in varie discipline (Lingue slave, Musicologia, discipline ecclesiastiche, archeologia, storia medioevale, filosofia, due direttori di biblioteche comunali) una decina; docenti nelle scuole medie superiori e inferiori, quasi il doppio. 
È un'attività ben rappresentata e che, se proseguita con impegno, potrebbe determinare la scelta dei giovani, i quali, entrando in religione, sanno talvolta cosa lasciano, ma non cosa trovano.