Movimento eremitico umbro

 

testo alternativo

Per i Cristiani dei primi tre secoli, l’ideale più alto della adesione a Cristo era il martirio, cioè la testimonianza della fede fino a dare per Lui la propria vita.

Nel 313, l’Imperatore Costantino, con un Editto, rendeva lecita nell’Impero di Roma anche la religione Cristiana.
I fedeli aumentarono notevolmente, ma l’incremento numerico dei Cristiani, come afferma Tertulliano, non sempre corrispondeva a quello qualitativo.

Negli animi più sensibili, all’antico ideale del martirio cruento, se ne sostituì uno ancor più arduo a conseguire: seguire Cristo povero e umile, nella povertà non imposta dalla nascita, ma scelta liberamente, secondo gli ideali evangelici; nell'obbedienza ad un superiore, non per la incapacità di decidere, ma come esercizio di ascesi; nella castità, non come rifiuto della paternità in un momento di crollo dei valori e di grandi incertezze, ma prendendo sul serio le parole del Signore.

Nella volontà di vivere fino in fondo il Vangelo di Cristo, molti si allontanarono dalle loro case e si ritirarono in luoghi deserti, dove, nel silenzio, potessero più facilmente percepire la voce di Dio.
Questa forma di vita si sviluppò dapprima in Oriente: notissimo è s. Antonio Abate, del quale scrisse la Vita s. Atanasio, vescovo di Alessandria.
S. Antonio non fu un caso isolato, a centinaia, a migliaia, seguirono il suo esempio; è l’epoca dei cosiddetti «Padri del deserto».

Circa l’anno 400, molti monaci, a motivo delle controversie teologiche, lasciarono l’Oriente e cercarono la pace nella «Regione Valeria», che divenne la loro nuova patria e il campo dove esercitarono le loro virtù.

Celebre più d’ogni altro fu il Monteluco di Spoleto, pittoresca altura che anche i pagani circondavano di sacralità, e che separa - e nello stesso tempo si affaccia - sulla Valle del Nera e sulla Valle spotetana.
Il monte meritò l’appellativo di «Tebaide dell’Umbria», perché i suoi monaci ed eremiti emularono quelli della regione di Tebe nell’Egitto.

L’Occidente poté così conoscere e ammirare questi campioni della fede, ed anche - e soprattutto - nelle Valli umbre ci fu chi, imitandone l’esempio, scelse di vivere nella solitudine e nel raccoglimento, rinunciando non solo a quanto poteva apparire superfluo, ma anche a ciò che non fosse strettamente necessario.

Nel 410, Roma, la Città Eterna, madre e nutrice dei popoli, maestra del diritto e della civiltà, santificata dal sangue degli apostoli Pietro e Paolo e da una schiera innumerevole di martiri, sede del successore di Pietro, al quale, secondo la leggenda che si veniva costituendo, l'aveva ceduta lo stesso Costantino, protetta dal Cielo e dalle possenti mura con cui l'aveva cinta Marco Aurelio, veniva occupata e saccheggiata dai barbari.
Ogni certezza sembrava vacillare; i nobili abbandonavano i palazzi aviti sui colli di Roma; i ricchi lasciavano le loro opulente dimore, che con il loro aspetto vistoso attiravano i malintenzionati, e si ritiravano a vivere nelle ville di campagna, ove giungeva più attutito il fragore della storia e l'eco degli intrighi del potere.

Roma, un tempo rilucente d'oro, di marmi, frusciante di mille fontane dalle quali sgorgava l'acqua addotta da cento e cento acquedotti, che scavalcavano le valli con archi possenti, era stata saccheggiata, spogliata, ridotta alla sete.
I palazzi costruiti sulle ventilate cime dei colli, abbandonati, cominciavano ad andare in rovina, in basso, le cloache non più curate, creavano acquitrini melmosi e malsani.
Sgomenti per tanto sfacelo, i pagani accusavano i Cristiani di essere loro la causa di siffatti disastri; ad essi s. Agostino rispose scrivendo il libro: De civitate Dei, ove, utilizzando le notizie fornite dai grandi storici di Roma, mostrava come anche in antico i barbari fossero entrati in Roma, ci fossero stati terremoti, carestie, epidemie, inondazioni, etc., ma nei Romani dei tempi antichi c'era la forza e la volontà di reagire, in quelli del suo tempo non più!

Molti Cristiani credettero che la fine del mondo fosse vicina, che la Chiesa non potesse sopravvivere alla rovina dell'Impero, ma altri, più sensibili ai segni dei tempi, capirono che un nuovo campo di lavoro si apriva per la Chiesa: l'evangelizzazione dei pagani e dei barbari.

Alcuni di questi monaci ed eremiti, agli inizi del sec. V, giunsero dall'Oriente e arrivarono fin nella Valle Castoriana, vicino all'antichissima città di «Cample» (Campi di Norcia) ; il nucleo principale si stabilì in un costone di pietra sponga, ove si aprivano delle grotte che ne divennero la dimora.

La loro santità era così coinvolgente, che molte persone del luogo ne vollero imitare la vita e si misero alla loro sequela, tra questi Spes, Eutizio e Fiorenzo.

Ai tempi di s. Spes, intorno al 470, accanto alla vita eremitica si sviluppò quella comunitaria e si creò un «coenobium», del quale egli fu il primo abate.
Questi monaci ed eremiti seguivano Regole ispirate a quelle dei grandi monaci dell'Oriente, ma adattate alle mutate situazioni e sempre più permeate dalla sapiente concretezza romana.

La prima fonte che parla di questi santi sono i Dialoghi di s. Gregorio Magno, composti tra il 593 ed il 594.
L'autore non era interessato a scrivere un'opera storica, ma una agiografica, per mostrare come i monaci d'Occidente non fossero inferiori a quelli dell'Oriente, e vi profuse la sensibilità della sua epoca, che sentiva fortemente la presenza del divino e del soprannaturale, fino al punto che il miracolo era percepito quasi come ordinarietà.

Preparò il materiale per i Dialoghi in due modi diversi; in parte scrivendo a vescovi o abati che conosceva, in parte attingendo dalle notizie riferite da persone che si erano rifugiate a Roma, per scampare ai Longobardi.
Tra i suoi informatori c'erano molte persone dell'Umbria: tra questi anche un prete di Norcia di nome Santolo.
Questi raccontò al pontefice quanto era accaduto tempo addietro nella Valle Castoriana.

Ecco come s. Gregorio, in base alle informazioni di Santolo, parla di s. Spes:

«Un padre venerando di nome Spes fondò un monastero in un luogo chiamato Cample, distante circa sei miglia dalla vetusta città di Norcia.
Piacque a Dio Onnipotente e misericordioso di preservarlo dall'eterno castigo, mediante la sferza di una austera severità e dimostrandogli con una prodigiosa guarigione la predilezione che gli portava nell'atto stesso che severamente lo colpiva.
Infatti egli fu provato, per la durata di ben quarant'anni, con una continua e perfetta cecità, non temperata neppure da un minimo barlume di luce.
Mentre il venerando vegliardo gemeva nella privazione della luce esterna, neppur un istante soffrì la perdita della luce interiore, sicché mentre soffriva il castigo corporale, aveva l'anima inondata di un gaudio ineffabile nel possesso della grazia dello Spirito Santo.
Erano già trascorsi quarant'anni dal dì che fu privato della vista, quando al Signore piacque di ridonargliela, avvisandolo in par tempo che la sua fine era vicina, e ch'egli doveva apportare il conforto della sua parola di vita ai diversi monasteri ch'erano stati fabbricati tutt'intorno; e così, riacquistata la luce corporale, visitasse e arrecasse la luce dell'anima ai fratelli esistenti nella periferia.
Ubbidì prontamente all'ordine ricevuto, fece un giro nei cenobi dei fratelli, e insegnò loro quelle norme di vita ch'egli aveva appreso con la pratica.
Dopo quindici giorni, compiuta tale predicazione, fece ritorno al suo monastero ed ivi convocati i fratelli, circondato da essi, e ricevuto il sacramento del corpo del Signore, e mentr'essi salmeggiavano, pregando, rese l'anima a Dio.
Tutti i monaci presenti videro uscire dalla sua bocca una colomba, la quale, attraversato sotto i loro occhi il tetto dell'oratorio, se ne volò al cielo, e, dobbiamo credere, che il Signore abbia voluto dimostrare in tal modo, con quanta semplicità di cuore lo aveva servito»
(Dialoghi, Lib. III, cap. 11).

Ciò che riferisce s. Gregorio, è la prima attestazione della vita e della santa morte di Spes.

P. Pietro Puri, senza dubbio il maggior indagatore di tali materie in questi luoghi umbri, così si esprime:
«Dalla relazione risulta evidente che il genere di vita monastica che si praticava nella valle di Cample fin dal tempo di S. Spes, che ne fu il primo istitutore, si presenta già in una fase abbastanza evoluta, che ha molti punti di affinità con quella che si pratic ava nella "laure" orientali.
Infatti si accenna ad un numero considerevole di eremi e di cenobi che facevano corona a quello del fondatore, sparsi nell'ampia zona intorno ad esso, che il venerando Spes dovette spendere non meno di una quindicina di giorni per visitarli tutti.
In molti casi forse si trattava di semplici caverne naturali, che nella zona tuttora abbondano, ma dovevano essere almeno adattate allo scopo dalla mano dell'uomo.
S. Gregorio, infatti, parlando di essi adopera, come per il cenobio di S. Spes, le parole: "fabbricati" e "monasteri".
Quanto poi al cenobio di Spes, dà notizia dell'esistenza di un oratorio così ampio da accogliere insieme tutti i monaci della contrada facenti corona al santo patriarca morente.
La tradizione vuole che insieme al cenobio anche questo oratorio fosse stato fondato da Spes, e dedicato alla Beata Vergine Maria, e solo dopo la morte del grande successore di Spes, venne intitolato a S. Eutizio, continuandosi tuttavia a tributare a Spes il titolo di fondatore.
Così i monaci solevano recitare nelle preci vespertine: "Beatissimus Spes huius cenobii fundator".
Ora, secondo queste relazioni, tra i monaci di Cample doveva esistere già una qualche gerarchia che faceva capo ad un superiore (padre, abate), sia pure che il termine vada inteso in un senso piuttosto lato; dato che Spes, per la cecità di cui fu afflitto per tanti anni, dovette esercitare la sua superiorità più con l'esempio e con la parola, che non con un azione pratica di governo.
Trovandosi i monaci aggruppati in nuclei separati l'uno dall'altro, in cenobi “circumquaque constructa”, cioè facenti corona al monastero centrale, ma ad una distanza più o meno notevole, avranno risentito ancor meno efficacemente l'autorità dell'abate.
Il vincolo che li univa dovrà quindi riguardarsi piuttosto come effetto del potente afflato spirituale emanante dal santo fondatore, che di una regola e di una disciplina vera e propria.
S. Gregorio, esprime molto efficacemente questo concetto, quando fa dire a S. Spes, nell'ultima visita ai suoi monaci, che egli non aveva leggi e regole da lasciare ad essi; la sua regola e i suoi insegnamenti consistevano nell'esempio dato loro, nella pratica della vita»
(P. Pirri, L’Abbazia di S. Eutizio in Val Castoriana presso Norcia e le chiese dipendenti, Roma 1960, pp. 5-6).

Tra i seguaci di Spes ci furono, nella seconda metà del sec. V, Eutizio e Fiorenzo.

Eutizio preferiva dedicarsi a vita attiva, all'apostolato, all'evangelizzazione degli abitanti della Valle.
Alla morte di Spes, i confratelli lo elessero «padre abbate».
Alla sua morte, i discepoli lo seppellirono nell'oratorio, sotto l'altare maggiore, e presero a venerarlo per i molti miracoli che operava il suo cilizio; accanto era anche il sepolcro di Spes, ancora visibile sotto l'attuale scalinata che conduce al coro, ed i fedeli erano soliti camminare in ginocchio davanti alle loro tombe per implorare grazie.

S. Gregorio Magno narra che Eutizio e Fiorenzo vissero all'inizio del dominio dei Goti:
«Nei primi anni del dominio dei Goti, nella regione della Provincia di Norcia, vivevano in santa conversazione due santi eremiti che si chiamavano l'uno Eutizio e l'altro Fiorenzo. Ma mentre Eutizio si dedicava allo zelo spirituale e al fervore della virtù e si affaticava a condurre a Dio molte anime attraverso la predicazione, Fiorenzo conduceva una vita tutta dedita alla semplicità e all'orazione.
Poco lontano c'era un Monastero, privo del superiore a causa della morte; da esso vennero i monaci e supplicarono Eutizio di accettare di divenirne il Superiore.
Eutizio, acconsentendo alle loro istanze, diresse per molti anni il Monastero, esercitando le anime dei discepoli nello studio sacro; ma affinché l'oratorio in cui era vissuto, non rimanesse abbandonato, vi lasciò il venerabile Fiorenzo.
Eutizio rifulse di miracoli dopo la morte.
Gli abitanti della sua città ne narrano molti, ma specialmente quello che, anche a questo tempo del dominio Longobardo, Dio Onnipotente si degna compiere per mezzo della sua veste.
Infatti tutte le volte che manca la pioggia e la terra rimane arsa per lunga siccità, i suoi concittadini radunati usano prendere la sua tunica e sollevarla ed offrirla al cospetto di Dio con suppliche.
Appena essi portano in processione per i campi la tunica, subito viene concessa la pioggia per ristorare la terra.
Da questi fatti è manifesto quanto la sua anima sia ricca di virtù e di meriti se la sua veste appena esposta è capace di allontanare i divini castighi»
(Dialoghi, Lib. III, cap. 15).

Molte volte si verificò, nei secoli, il «miracolo della pioggia».
Famoso fu quello avvenuto durante il governo dell'abate Antonio di Vanne da Morda, nel giugno 1385, come ci tramandano le Riformanze del Comune di Norcia di quell'anno.
I raccolti minacciavano di perdersi del tutto, quando la cittadinanza pregò l'abate di esporre e portare in processione il sacro cilizio di Eutizio.
Ed il Comune di Norcia «ne tanto benefìcio dici possit ingratus», donò una ringhiera di ferro per la scalinata della chiesa abbaziale.

Il cilizio era conservato in un antichissimo cofanetto d'avorio riposto in una cassa di argento ed abbellita con un maestoso piede, un'opera del 1544 voluta dall'abate Giovanni Mensuratt di Preci.
Il cilizio fu rubato nel 1883; fu ritrovato il reliquario, non la veste, che la Regia Soprintendenza fece temporaneamente depositare nella Pinacoteca civica di Spoleto, dove tuttora si conserva.

Nei primi anni del governo dell'abate Polidoro, nella primavera del 1492, si verificò ancora il «miracolo della pioggia».
Il magistrato del Comune di Norcia volle dimostrare la sua gratitudine, decretando che la festa di s. Eutizio fosse in perpetuo di precetto nella città e in tutto il territorio del Comune, e che questo offrisse ogni anno al santo in occasione della festa due doppieri del peso complessivo di venticinque libre.

Un'altra volta il «miracolo straordinario della pioggia» viene ricordato da Ludovico Iacobilli, nell'agosto del 1613, mentre era presente il cardinal Crescenzi.
L'esposizione fu richiesta all'abate Crescenzi, dal poeta Giovan Battista Lalli, inviato dal Comune di Norcia.

Dopo tre mesi di siccità, il primo giorno del triduo, poco dopo la celebrazione, cominciò una pioggia leggera e costante, che senza produrre danni penetrò a fondo nella terra riarsa, e i campi ingialliti tornarono a verdeggiare: ci fu una tale commozione nella città di Norcia che per accontentare il popolo, il Comune fece celebrare in S. Benedetto una solenne funzione ringraziamento.

S. Fiorenzo era compagno ed amico di s. Eutizio, ma diverso nel carattere: non era attratto dalla vita attiva, dalla predicazione, dalla direzione delle anime, ma dalla contemplazione, che assorbiva tutto il suo tempo.
Nella quiete del suo eremo scosceso, a volte rimaneva tutto il giorno nella sua cella assorto nella contemplazione.

Un giorno, stando in preghiera nell'oratorio, chiese a Dio che gli mandasse un compagno.
Finita la preghiera uscì fuori, ed ecco, davanti alla porta c'era un orso.
L'animale non appariva affatto feroce, anzi, mostrava deferenza per il santo eremita e gli tributava inequivocabili segni di ossequio.
S. Fiorenzo comprese che Dio aveva in tal modo corrisposto alla sua preghiera.

Nell'eremo vi erano alcune pecore, che dovevano ogni giorno esser condotte al pascolo.
S. Fiorenzo disse all'orso: «Va con queste pecore e conducile al pascolo, dove capisci che possano trovare erba da mangiare, e riportale qui per mezzogiorno».
L'orso si prese cura delle pecore meglio di un pastore, e, quando s. Fiorenzo digiunava, le riconduceva per le tre del pomeriggio, negli altri giorni per mezzodì, senza errore né confusione.

La fama di questo fatto si divulgò, e con essa quella della santità di Fiorenzo.
Ma il diavolo si insinuò subdolamente nell'animo di alcuni monaci dell'abbazia, facendo loro credere che questa fama di santità di Fiorenzo oscurasse quella del loro abate Eutizio, e quindi dell'abbazia stessa, a vantaggio di un oscuro romitorio.
Convintisi della giustezza dei loro ragionamenti, un giorno si nascosero in una radura dove l'orso conduceva spesso le pecore al pascolo.
Quando l'animale arrivò, accecati dalla rabbia e dall'invidia, lo uccisero straziandolo terribilmente.

All'ora consueta, «fratello orso», come lo chiamava s. Fiorenzo, non tornò; il santo si preoccupò, lo aspettò inutilmente tutta la notte, e al mattino seguente, preso da sinistri presagi, uscì dal romitorio alla ricerca dell'animale.
Dopo aver molto vagato, trovò l'orso, morto, vegliato dalle pecore che era solito guidare, e capì anche il motivo di quella morte.
Fiorenzo fu preso da un grande sconforto.
Eutizio lo fece venire all'abbazia e cercò inutilmente di consolarlo.
Ma Fiorenzo, ancora in preda al dolore e alla collera, nella sua semplicità disse: «Io spero che Dio Onnipotente punisca severamente, e in modo che tutti questi monaci lo possano vedere, la cattiveria di chi ha ucciso il mio orso, il quale non recava danno o molestia ad alcuna persona!».

Poco dopo i quattro monaci che avevano ucciso l'orso, si ammalarono di lebbra, in una forma così violenta, che in pochi giorni morirono tra atroci sofferenze.
Resosi conto di ciò, Fiorenzo fu preso da una grande afflizione, perché con il suo affetto rivolto a un animale aveva provocato tale danno a degli uomini, e perché, lasciandosi vincere dalla collera, invece di perdonare, aveva maledetto.

Ritornò al suo eremo, e considerandosi un omicida, pregava Dio per questo suo gran peccato e aumentò le sue penitenze e le sue orazioni.
La fama della santità di Fiorenzo si diffuse ancora di più, e molti venivano a visitarlo.
Venne anche un diacono, da molto lontano, per parlare con lui di cose spirituali e chiedergli consiglio.
Superata l'aspra salita che conduce all'eremo, quando si affacciò sulla spianata, vide l'edifico circondato da vipere e serpenti di ogni specie.
Atterrito, il diacono cominciò a gridare con la voce strozzata dal terrore: «Servo di Dio, prega per me e conducimi salvo a te!».
Sentendo quelle grida, Fiorenzo si affacciò all'uscio, e vide il diacono spaventato e tutti quei rettili che strisciavano tra l'erba del prato.
L'eremita alzò le braccia verso il cielo e pregò Dio, perché, nel modo che riteneva opportuno, lo liberasse da tutti quei serpenti.
Benché la giornata fosse limpida ed il cielo sereno, un tuono terrificante rimbombò nella valle scuotendo gli alberi e facendo tremare gli scogli e i dirupi.

Cessato il fragore del tuono, i due videro che i serpenti giacevano inerti sull'erba.
Al che Fiorenzo pregò ancora Dio dicendo: «Signore, tu hai eliminato in modo così meraviglioso questi serpenti, ma chi li allontanerà da questo luogo prima che il fetore dei loro cadaveri ammorbi l’aria?».
Ed ecco, il povero diacono, ancor più sbigottito, vide comparire uno stormo di uccelli, che quasi oscuravano il cielo; ognuno si prese un serpente nel becco e lo portò lontano, scomparendo sopra le cime dei monti.

Fiorenzo rimase nell'eremo fino alla morte di s. Eutizio, che considerava padre e maestro.

Egli era vicino ad Eutizio, quando questi, il 23 maggio 540, rese la sua anima a Dio.
Dopo ciò lascio il suo eremo e si diresse verso Foligno, dove fu ben accolto dal vescovo di quella città, che gli concesse un romitorio limitrofo all'abitato.
In quel luogo Fiorenzo visse otto anni, nella preghiera e nella contemplazione, circondato dalla stima e dall'affetto di tutti, fino alla sua morte, avvenuta il I° giugno 548.
Il suo corpo fu sepolto nella cattedrale di quella città, dove successivamente fu eretta una cappella in suo onore.

Negli scritti di s. Gregorio Magno non si rinviene alcun accenno circa l'origine orientale degli anzidetti santi, ciò, a detta di autorevoli storici, lascerebbe intendere che essi fossero originari della Valle Castoriana, tuttalpiù di Norcia; il loro essere autoctoni riporta, quindi, almeno alla generazione successiva a quella dell'arrivo, nella regione umbra, dei primi monaci provenienti dalla Siria.

La genesi di questa tradizione deve ricercarsi più tardi, nel Medioevo, probabilmente intorno al sec. VIII, come ipotizza il Lanzoni (F. Lanzoni, L’origine delle diocesi d’Italia, - Studi e Testi 35 -, Roma 1923, pp. 229-230).

Un monaco operoso nello scriptorium del monastero annesso alla basilica edificata sulla tomba del martire s. Brizio, primo vescovo di Spoleto, volle creare una sorta di più stretta unione tra le varie Chiese dell'Umbria, rafforzando la figura di s. Brizio con quella di altri illustri personaggi.
Nella logica medievale e longobarda, ove l'appartenenza ad un clan apportava forza e prestigio, il monaco creò fra i vari santi un legame familiare, per cui s. Eutizio sarebbe stato il figlio di s. Anastasio, che a sua volta era fratello di s. Brizio, quindi s. Eutizio sarebbe stato cugino dei famosi o «famigerati XII Siri»!

Quando la crisi demografica della tarda antichità e i guasti causati dalle invasioni barbariche resero questi luoghi dei veri deserti, l'antica città di «Cample» (Campi di Norcia) si ridusse a un nulla, e l'abbazia di S. Eutizio rimase l'unico punto di riferimento per le popolazioni della zona.

L'abate divenne il maestro, il padre e l'unica autorità per le zone circostanti.

L'avvento dei Longobardi, dei cui effetti ci narrano i Dialoghi di Gregorio Magno, non sembrano aver sconvolto la vita della remota e fiorente abbazia eutiziana, che nel periodo Alto Medievale fu arricchita di donazioni e l'abate conseguì diritti feudali su un vasto territorio, parte nell'Umbria, parte nella Marca spoletana.
Una cospicua donazione fu lasciata da «Donna Ageltrude», la vedova di Guido II, duca di Spoleto re d'Italia e imperatore.

La prosperità di cui godeva l'abbazia di S. Eutizio permise ai monaci, che ormai vivevano secondo la Regola di s. Benedetto, di migliorare gli edifici del complesso monastico e di dotarsi, in rapporto ai tempi ed ai luoghi, di una buona biblioteca in parte prodotta dallo scriptorium interno.

Da qui proviene uno dei più antichi documenti in volgare dopo il «Placito» di Montecassino: la «Confessio Eutiziana», della prima metà del sec. XI.
I codici, prodotti dallo scriptorium alla fine del sec. XVI, furono quasi tutti trasferiti alla Biblioteca Vallicelliana.
Nel 1884 vi si trovavano ancora quattro volumi riccamente ornati, che in quell'anno furono temporaneamente trasferiti, per motivi di salvaguardia, presso la Pinacoteca comunale di Spoleto.
Nei testi della biblioteca erano inoltre tramandati gli antichi principi della medicina greco-romana; i monaci arricchirono queste conoscenze con l'esperienza che derivava loro dalla vita di ogni giorno, e dettero origine ad una importante «scuola chirurgica».

In un felice connubio si univano, completandosi vicendevolmente, il senso latino della pietas, il valore benedettino dell'ospitalità e dell'accoglienza e quello evangelico della charitas, a vantaggio dei sofferenti.
In uno dei codici eutiziani conservati alla Vallicelliana, una annotazione dell'anno 1089, trasmette la memoria del decesso di un monaco di nome Adamo, il quale viene qualificato come diacono, monaco e medico.

Successivamente, mutando la sensibilità e le condizioni storiche, agli ecclesiastici fu proibito di esercitare l'arte medica, con precise disposizioni che vennero ribadite in più concili: nel Concilio di Reims, celebrato l'anno 1131, venne decretato che: «ne monaci aut regulares canonici leges vel medicinam audiant»; 30 anni dopo, nel 1163, il Concilio di Tours ribadiva: «Ecclesia abhorret a sanguine»; infine nel 1215, il Concilio Lateranense IV stabiliva che: «nec ullam chirurgicam artem subdiaconus vel sacerdos exerceat, qualis ad ustionem vel incisionem inducat».

Di fronte a simili disposizioni, per evitare che un tale tesoro di conoscenze andasse disperso, i monaci trasmisero ai loro collaboratori, cioè agli abitanti dei paesi circostanti, allora tutti soggetti all'abbazia, le cognizioni di cui erano depositari: quelle derivate dalla tradizione letteraria, quelle acquisite con l'esperienza di generazioni, la conoscenza delle erbe medicamentose, e l'uso delle acque curative, dando origine a quella che fu chiamata la «Scuola chirurgica preciana».

La fama di questi medici esperti anche nella cura degli occhi, probabilmente, giunse anche a s. Francesco d'Assisi, il quale vi recò nel 1218, mentre era diretto ad Ascoli, ed ottenne dall'abate Raynaldus la chiesa di S. Cataldo al Valloncello, e da Razzardo, conte di Roccapazza, i terreni circostanti, per erigervi un ospizio per gli infermi, secondo lo spirito di s. Benedetto.
Venne così fondaco il Lebbrosario di S. Lazzaro per i frati ed i laici colpiti dalla lebbra, che venivano curati principalmente con l'acqua sulfurea.

Il sec. XIII vide consolidarsi l'autorità dei Comuni, che cercavano di espandersi nei territori circostanti, per crearsi un comitatus, volgarmente detto contado.
Il mondo feudale era entrato in una crisi irreversibile, anche l'abate-feudatario dell'abbazia di S. Eutizio fu coinvolto in questi sommovimenti.
Come il gatto che gioca col topo e lo lascia libero per poi provare il gusto di catturarlo di nuovo, i vari Comuni, e Norcia in primo luogo, sottrassero, uno ad uno, i vari castelli edificati sul suolo dell'abbazia e ad essa soggetti.
Nel 1257, dopo anni di forti tensioni, l'abate Teodino II fu costretto a rinunciare ai superstiti diritti feudali a vantaggio del Comune di Norcia.

In questo periodo la chiesa abbaziale di S. Eutizio, già ampliata a partire della seconda metà del secolo precedente, fu ornata di affreschi, dei quali rimangono solamente pochi frammenti, ma sufficienti a far conoscere il loro alto livello.

Il sec. XIV fu alquanto travagliato; l'abbazia ed i suoi possedimenti avevano attirato anche l'attenzione del rettore del Ducato di Spoleto, Giovanni D'Amelio, che si era impossessato di Campi e di altri castelli vicini, adducendo come giustificazione che l'atto con il quale l'abate Teodino II, il 2 ottobre del 1247, aveva concesso a Norcia quella parte del feudo abbaziale, era invalido.
Il rettore intraprese una serie di azioni contro l'abate Margarito, che fu accusato di eresia e di simonia, ma il progetto, come ipotizza il Dè Riguardati era più ampio: «L'Abazia di S. Eutizio, come in uso a quei tempi, era circondata da solide mura tanto da formare un vero e proprio fortilizio.
Giovanni d'Amelio aveva divisato di trasportarvi la sua residenza anche perché le sue ben munite difese offrivano possibilità di rifugio per le popolazioni della stessa Guaita e delle zone vicine fedeli alla Chiesa.
Per di più la sua stessa posizione centrale nel Ducato rendeva più facile il controllo su tutto quel territorio.
Giovanni XXII da prima approvò il progetto sottopostogli dal Rettore, e successivamente, con lettere apostoliche in data 29 novembre 1327, decretò l'incameramento del monastero e di tutte le sue dipendenze al Tesoro Papale del Ducato di Spoleto.
Gli edifici monastici erano dati in mano al Rettore per farne, come egli proponeva, la sua sede, nel cuore della Montagna»
.

L'abate Margarito non si dette per vinto e riuscì ad arrivare ad Avignone, per giustificarsi con il papa, o, meglio, per esporre i fatti nella loro genuinità.
Le malversazioni operate dal rettore, la cui notizia era giunta fino agli orecchi del pontefice favorirono Margarito, il quale, il 14 ottobre 1328, otteneva dal papa un breve che lo riabilitava e dichiarava nulli i procedimenti intentati contro di lui.
L'abbazia eutiziana, tuttavia, rimase in potere del rettore del Ducato fino al 1374, quando papa Gregorio IX la rese di nuovo libera.

Altro motivo di tensione fu l'alternarsi di unioni e di scorporamenti del monastero di S. Benedetto a Norcia, ove la tradizione collocava la nascita dei «Santi Gemelli» (Benedetto e Scolastica), con l'abbazia di S. Eutizio.

Papa Urbano V, il 7 ottobre del 1368, tolse a S. Eutizio il priorato di S. Benedetto in Norcia e lo unì al Sacro Speco di Subiaco.
Papa Gregorio IX, l'8 maggio 1377, restituiva di nuovo S. Benedetto a S. Eutizio nella persona di un unico abate; questa soluzione non fu gradita a S. Eutizio perché fu vista come la prima mossa per trasferire la dignità abbaziale a Norcia; i nursini, a toro volta, rimasero scontenti perché si aspettavano qualcosa di più.

Questi attriti spinsero papa Bonifacio IX a separare di nuovo S. Benedetto da S. Eutizio, l'uno col titolo di priorato, l'altro di abbazia, era il 22 agosto del 1394.

Durante il Periodo avignonese l'abbazia di S. Eutizio fu ridotta in condizioni economiche disastrose, finché, alla fine del 1449, fu data in commenda da Niccolò V al cardinal Domenico Capranica; il prelato, tuttavia, rimise a posto sia l'aspetto materiale che spirituale dell'abbazia e delle sue ancor numerose dipendenze, quindi, mostrando una rara magnanimità e sensibilità, rinunciò alla commenda.

Nel maggio 1454 Niccolò V nominò il monaco Epifanio quale abate di S. Eutizio, e il 2 luglio fu messo in possesso dell'abbazia da Tommaso Ungaro, priore di S. Benedetto di Norcia.
La documentazione dei tempi di Epifanio informa che l'abbazia aveva un ruolo rilevante nell'economia della zona, non solo con l'agricoltura e la pastorizia e le altre attività che sviluppava su i suoi fondi rustici, ma anche con degli opifici: nelle vicinanze di Preci possedeva due fabbriche di panni, la cui forza motrice era fornita dal fiume Campiano e una fornace per la produzione di laterizi.

Nel sec. XVI due abati, Polidoro Scaramellotti e Giovanni Mensurari, gareggiarono nell'ornare la chiesa di S. Eutizio di preziose opere d'arte, secondo la nuova sensibilità rinascimentale, ed i corpi dei Santi abati furono riposti, come stava avvenendo in altre chiese, entro un'arca monumentale.

Successivamente si susseguirono gli abati commendatari, tra essi degno di menzione è Giacomo Crescenzi, che promosse vari lavori, tra cui il campanile.
Egli donò all'abbazia molte reliquie, e, nello spirito delle norme tridentine, conferì alla chiesa un aspetto moderno.
Egli, figlio spirituale ed amico carissimo di s. Filippo Neri, aveva il santo suo ospite all'abbazia, quando la calura estiva rendeva irrespirabile l'aria di Roma: ancora si conserva il calice usato da s. Filippo per la celebrazione.

Successivamente la commenda fu conferita anche al cardinale Fausto Poli, del quale rimane una traccia monumentale nella ampia porta, ornata dal suo stemma, che venne a sostituire quella antica dei tempi di s. Spes.

Nel sec. XVIII fu abate il Passerini, il quale fece accogliere con principesca munificenza il vescovo diocesano, mons. Carlo Giacinto Lascaris, in occasione della Visita Pastorale ivi condotta da quest'ultimo.
Nel sec. XIX fu abate il cardinal Quarantotti, di Norcia, che rinunciò al benefìcio, perché potessero ricostituire Norcia come diocesi e il cospicuo «beneficio abbaziale» costituì la «mensa vescovile».

 

Eremiti e «laure» eremitiche in Umbria