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La conversione di Francesco

 

testo alternativo

 

 

1. L’uomo nuovo che nasce dall’estasi davanti alla croce di S. Damiano: il “miles Christi

 

a) Il film di Giotto

 
Il primo film girato su Francesco, il più conosciuto e il più visto da secoli, fissa in modo risolutivo le dinamiche fondamentali della conversione del santo di Assisi, ponendo l’esperienza di S. Damiano al termine di un tragitto di scoperta e all’inizio del modo nuovo di vivere. 

Giotto, o la sua scuola, agli inizi del 1300, racconta, nella Basilica superiore di Assisi, gli eventi principali della vicenda di Francesco mediante una storia gloriosa e indimenticabile. 
Alla conversione del santo sono dedicati i primi cinque fotogrammi del film, dei quali i primi quattro formano, per così dire, due tappe preliminari, che preparano e conducono al quinto, presentato come compimento del tragitto. 

 

 

 

Le due immagini del primo blocco rappresentano una doppia profezia sulla vita dell’assisiate; la prima formulata da un uomo semplice che, preannunciando la futura gloria di santità del giovane, stende ai suoi piedi un mantello; la seconda, invece, fatta dallo stesso Francesco, il quale, donando il suo mantello ad un cavaliere povero, preannuncia la sua futura scelta di vita.

E’ chiaro che Giotto, nei due primi riquadri, sta giocando con l’immagine del mantello, lo stesso a cui poi Francesco, nel sesto riquadro della serie pittorica, rinuncerà radicalmente nello spogliamento davanti al Vescovo. 

 

 

 

Anche il secondo blocco di fotogrammi si compone di due immagini in stretto rapporto tra di loro; esse rappresentano i passaggi risolutivi della conversione, che inizia con un sogno, quello di un palazzo pieno di armi, e si conclude con una visione davanti alla croce di S. Damiano.

I due momenti, dunque, sono legati da un logica narrativa precisa: il sogno misterioso e mal interpretato, infatti, non solo si chiarisce nel suo significato tramite le parole del Crocifisso ma si realizza in quella esperienza mistica.
In ogni caso, al centro dei due momenti vi è la solitudine del giovane, che cerca la risposta esistenziale intuita nel sogno della notte e la trova definitivamente dentro la chiesetta di S. Damiano. 

 

 

Quanto segue, nel quinto fotogramma, è la proclamazione pubblica di quanto avvenuto nel segreto della sua solitudine: la forza ricevuta dall’incontro mistico con la Croce permette al giovane di compiere la scelta, tanto eclatante quanto decisiva, di rinunciare a tutti i suoi averi davanti all’intera città di Assisi, per fare di Dio il suo unico Padre. 

Nel film proposto da Giotto, dunque, l’evento mistico di S. Damiano rappresenta il momento risolutivo di una scoperta di vita che permette a Francesco di compiere scelte radicali quali manifestazioni della sua nuova identità.

 

b) I racconti biografici e la conversione di Francesco

 
Pur combinando e organizzando le diverse scene, Giotto non inventa quei fatti narrati né la loro logica nel processo di conversione del santo; egli, infatti, li assume dai racconti biografici precedenti, in particolare dalla Leggenda maggiore di s. Bonaventura. 

Troppo ampia e impegnativa sarebbe, in questa sede, la ricostruzione dettagliata del processo redazionale di sviluppo graduale tra le sette fonti agiografiche nel raccontare la conversione di Francesco. 
Tuttavia, una cosa è certa: dopo gli inizi incerti della prima leggenda sul santo, quasi subito i biografi hanno trovato nel colloquio con la croce di S. Damiano la risposta decisiva per presentare l’evento risolutivo del processo di conversione del santo. 

Seppur per sommi capi, quindi, sarà necessario dare una lettura generale dei processi narrativi, che legano le diverse biografie nella loro organizzazione di un racconto compatto intorno all’esperienza mistica di S. Damiano, quale momento risolutivo della conversione del giovane.

Il primo livello narrativo delle vicende legate alla conversione è offerto dalla Vita prima di Tommaso da Celano. 
Per il primo agiografo, che scrive nel 1228-1229, cioè a ridosso della morte di Francesco e con l’urgenza di comporre una vita del santo su richiesta dal papa stesso, il processo di conversione del giovane, apertosi con il sogno delle armi, si caratterizza come un periodo di grande travaglio spirituale nella difficile e faticosa ricerca della volontà di Dio. 
Tuttavia, i fatti che intervengono in questo processo spirituale sono quasi tutti taciuti, perché, molto probabilmente, non conosciuti dal biografo; l’unica informazione importante, ma anch’essa vaga e incerta, riguarda una “rivelazione” finale che lo libera Francesco dall’incertezza: 

Un giorno finalmente, dopo aver implorato con tutto il cuore la misericordia divina, gli fu rivelato dal Signore come doveva comportarsi. E da allora fu ripieno di tanto gaudio che, non riuscendo a contenersi per la letizia, riversava, pur non volendo, qualcosa agli orecchi degli uomini. (1Cel 7: FF 330).

Sebbene il Celano parli di rivelazione divina, non offre, tuttavia, nessuna informazione precisa su cosa sia avvenuto. 
Ciò che segue, però, dimostra quanto forte sia stato questo evento rivelativo, il quale dà a Francesco la capacità e l’entusiasmo di fare dei gesti risolutivi, proclamando e realizzando in anticipo una novità di vita:

Così dunque preparato il beato servo dell’Altissimo, e confermato dallo Spirito Santo, essendo scoccata l’ora stabilita, asseconda il felice impulso dell’anima, per cui, calpestati i beni di questo mondo, corre per la conquista di beni migliori. […] Francesco pertanto balza in piedi, fa il segno della croce, appronta un cavallo, monta in sella e, portando con sé panni di scarlatto da vendere, arriva in tutta fretta a Foligno. Ivi, secondo la sua abitudine, vende tutta la merce e, da fortunato mercante, perfino il cavallo! (1Cel 8-9: FF 332-333).

Come si nota facilmente, contrariamente alla narrazione vaga e imprecisa dell’evento della “rivelazione”, qui Tommaso fornisce informazioni puntuali e dettagliate su quanto fa subito dopo il giovane assisiate: balzando in piedi e fattosi il segno della Croce, egli va a Foligno, vende il cavallo e i panni preziosi, per donare, come si vedrà in seguito, il ricavato al sacerdote della chiesetta di S. Damiano - incontrata casualmente al ritorno da Foligno -, dal quale ottiene anche il permesso di restare in quel povero luogo. 

Dunque, l’evento che trasforma il giovane, pur se non raccontato dal Celano per le sue scarse informazioni, deve essere stato molto forte e risolutivo, viste le scelte radicali assunte dal giovane di vendere tutto quanto aveva, perfino il cavallo, patrimonio monetario ed ideale del suo status symbol e dei suoi sogni futuri.

Un passo decisivo nella chiarificazione di questa vicenda è fatto dalla Leggenda dei Tre compagni, il cui testo, combinando e integrando le informazioni ricevute da Tommaso, giunge ad una narrazione completa e convincente del processo di conversione del santo. 
Oltre a ribadire l’importanza del sogno delle armi come punto di partenza di un travaglio esistenziale, i Tre compagni offrono un’ampia serie di fatti per illustrare le tappe attraverso cui è passata la ricerca spirituale del giovane; tra questi eventi, sconosciuti ancora alla Vita di Celano, sono inseriti i famosi episodi della festa con i suoi antichi compagni, la carità per i poveri, il viaggio a Roma, l’incontro con il lebbroso e i periodi di solitudine in preghiera. 

Tutti questi eventi, però, non sono che passaggi progressivi di preparazione ad un’esperienza fondamentale per la sua conversione, cioè momenti propedeutici, per poter giungere finalmente ad una rivelazione divina, grazie alla quale il giovane riceverà non solo la risposta alle sue domande ma anche la forza per assumere una serie di decisioni importanti per la sua vita:

Mentre un giorno Francesco implorava con più ardente fervore la misericordia di Dio, il Signore gli fece capire che di lì a poco gli sarebbe stato detto che cosa dovesse fare. […] Trascorsero pochi giorni. Mentre passava vicino alla chiesa di San Damiano, gli fu detto in spirito di entrarvi a pregare. Andatoci prese a fare orazione fervidamente davanti all’immagine del Crocifisso, che gli parlò con pietà e benevolenza: «Francesco, non vedi che la mia casa sta crollando? Va’ dunque e restaurala per me». Tremante e stupefatto, rispose: «Lo farò volentieri, Signore». Egli però aveva inteso che si trattasse di quella chiesa che, per la sua antichità, minacciava prossima rovina. Per quelle parole fu colmato di tanta gioia e inondato da tanta luce, che egli sentì nell’anima ch’era stato veramente il Cristo crocifisso a parlare con lui (3Comp 13: FF 1410-1411).

Ciò che non era stato detto dal Celano, viene svelato dai Tre compagni: la rivelazione misteriosa che tocca indelebilmente il cuore del giovane è l’esperienza mistica avuta davanti alla croce di S. Damiano. 
Da essa, come per naturale conseguenza, scaturiscono nel giovane quelle risolute decisioni già raccontate dal Celano: 

Gioioso per la visione e le parole del Crocifisso, Francesco si alzò, si fece il segno della croce e poi, salito a cavallo e portando con sé delle stoffe di diversi colori, andò alla città di Foligno, dove vendette il cavallo e tutta la merce che portava e tornò subito a San Damiano. Ritrovò qui il sacerdote, che era molto povero, e dopo avergli baciato le mani con grande fede e devozione, gli consegnò il denaro e gli raccontò per ordine il suo progetto di vita. Il prete, stupefatto, meravigliandosi per una conversione così improvvisa, ricusava di credervi e, temendo di esser preso in giro, non volle tenere presso di sé in deposito quel denaro. Francesco insisteva pertinacemente, sforzandosi di dare credibilità al proprio racconto e supplicando il sacerdote di lasciarlo abitare insieme con lui (3Comp 16: FF 1415).

Inserendo l’evento della Croce, quindi, i Tre compagni chiariscono e spiegano in modo definitivo quanto non si riusciva a capire nel racconto di Tommaso: dopo quell’esperienza mistica, vissuta sicuramente in ginocchio dal giovane, Francesco si alza in piedi, si arma del segno della Croce e compie il gesto forte di vendere il cavallo, per avere anche denaro e iniziare subito, così, l’impresa di ricostruzione di quella chiesa affidatagli dal Crocifisso.

La soluzione narrativa proposta dalla Leggenda dei Tre compagni dei fatti preparatori legati al processo di ricerca e del loro compimento davanti alla croce di S. Damiano, viene assunta da Tommaso nella sua Seconda vita, nella quale il biografo vuole riempire i diversi buchi narrativi lasciati, nella sua precedente agiografia, per scarsità di informazioni. 

I racconti dei Tre compagni costituiscono per il Celano la fonte a cui attingere a piene mani. 
La definitiva conferma della proposta narrativa, avanzata dai Tre compagni e ripresa anche nella Seconda vita, si compie nella Leggenda maggiore di s. Bonaventura. 
Il santo biografo, oltre a confermare sostanzialmente gli eventi legati alla conversione del giovane, dà ad essi un’interpretazione teologica caratterizzata da un processo evolutivo triadico, per cui, al desiderio del giovane, espresso nella preghiera, risponde costantemente la rivelazione mistica di Dio che, dunque, dona ogni volta al giovane la forza di compiere gesti importanti e risolutivi nel suo avvicinarsi al mistero divino. 

 

 

Il compimento di tale processo è collocato anche da Bonaventura nell’evento mistico della croce di S. Damiano, narrato dal santo dottore con toni ancora più fortemente e decisamente spirituali e trascendenti: 

Era egli un giorno uscito nella campagna per meditare. Trovandosi a passare vicino alla chiesa di S. Damiano, che per l’eccessiva vecchiezza minacciava rovina, spinto dall’impulso dello Spirito Santo, vi entrò per pregare. Mentre pregava inginocchiato davanti all’immagine del Crocifisso, si sentì invadere da una grande consolazione spirituale e, fissando gli occhi pieni di lacrime nella croce del Signore, udì con gli orecchi del corpo una voce scendere verso di lui dalla croce e dirgli per tre volte: «Francesco, va e ripara la mia chiesa che, come vedi, è tutta in rovina!». All’udire quella voce così meravigliosa, Francesco rimane stupito e tutto tremante, perché nella chiesa è solo e, percependo nel cuore la forza del linguaggio divino, si sente rapito fuori dei sensi. Tornato finalmente in sé, si accinge a obbedire, si concentra tutto nella missione di riparare la chiesa di mura, benché la parola divina si riferisse principalmente a quella Chiesa, che Cristo acquistò col suo sangue, come lo Spirito Santo gli avrebbe fatto capire e come egli stesso rivelò in seguito ai frati (LegM II 1: FF 1038). 

Non solo la sottolineatura del realismo fisico dell’ascolto delle parole che vengono dal Crocifisso (ripetute non a caso per tre volte) ma anche la natura fortemente mistica ed estatica dell’evento sono i caratteri evidenziati ed accentuati da Bonaventura, per attribuire un valore risolutivo a quell’episodio nel processo della conversione del santo. 

E’ chiaro, allora, che, anche per Bonaventura, le scelte assunte immediatamente dopo quell’esperienza dal giovane non sono altro che la prova e la conseguenza di quella trasformazione radicale:

Si alzò pertanto, munendosi del segno della croce e, prese con sé delle stoffe da vendere, si affrettò verso la città di Foligno. Qui vendette tutto quanto aveva portato; si liberò anche, mercante fortunato, del cavallo, con il quale era venuto, incassandone il prezzo. Tornando ad Assisi, entrò devotamente nella chiesa che aveva avuto l’incarico di restaurare. Vi trovò un sacerdote poverello e, dopo avergli fatta debita reverenza, gli offrì il danaro per la riparazione della chiesa e umilmente domandò che gli permettesse di abitare con lui per qualche tempo (LegM II 1: FF 1039).

Tutti i dati storici sulle scelte assunte immediatamente dopo l’ascolto della voce trascendente sono confermati da Bonaventura: Francesco si alza in piedi dal suo essere in ginocchio davanti alla Croce, si fa il segno della Croce e, senza esitare, vende tutto e decide di restare a S. Damiano. 

Gli eventi tragici successivi, cioè l’arrivo del padre, la lotta con lui e il gesto finale della spoliazione davanti al vescovo, anche nel tessuto narrativo bonaventuriano, non sono altro che la conferma pubblica di quanto Francesco aveva già deciso risolutamente davanti alla Croce e concretizzato subito dopo con la decisione di restare a S. Damiano. 
Obbligato dagli avvenimenti, Francesco proclama davanti al vescovo, al padre e a tutta la città di Assisi la sua conversione, cioè la novità esistenziale scoperta e abbracciata davanti al crocifisso di S. Damiano. 
Là era avvenuta la sua trasformazione, con la scoperta della sua nuova identità, e da lì aveva preso il via il suo nuovo stile di vita.

 

c) Il “miles Christi” che nasce dalla conversione

 

I biografi, dunque, giungono ad una proposta armonica e convergente della conversione del santo: quella per cui, nell’evento meraviglioso dell’incontro tra il giovane e la potenza di Dio, si compie in lui una doppia novità. 
Nelle parole del Crocifisso, seppur male interpretate da Francesco, di “riparare la casa che stava andando in rovina”, di fatto è consegnata al giovane una missione apostolica a vantaggio di tutta la Chiesa; e, relativamente a questo incarico, poi, è donato all’assisiate anche un potere spirituale conseguente alla trasformazione della sua persona, toccata nel profondo dall’evento mistico; la forza e risolutezza con cui Francesco adotta le decisioni immediatamente successive al colloquio non solo sono la prova di una vera trasformazione ma segnano anche gli inizi di una vita nuova corrispondente alla sua nuova identità. 

Tuttavia, i biografi, oltre i fatti, offrono anche un’interpretazione generale della novità esistenziale prodotta nel giovane dall’evento mistico della sua conversione. 
Già a partire da Tommaso da Celano, infatti, tutti i testi biografici sono concordi nell’utilizzo di un’immagine per caratterizzare l’uomo nuovo nato dall’esperienza di S. Damiano: egli diventa un “miles Christi”. 
Che, per i biografi, il termine sia quello più adatto per descrivere l’identità del nuovo Francesco dopo l’evento mistico di S. Damiano e, dunque, per sintetizzare la sua opera a vantaggio della Chiesa, è provato da un fatto abbastanza chiaro e preciso. 
La qualifica di “miles Christi” è applicata al santo, dalle diverse biografie, soltanto nel contesto narrativo della conversione, cioè: o per anticipare quanto stava per avvenire o/e per sintetizzare quanto accaduto nella persona del giovane in quella chiesetta.

Prima di occuparci dell’uso di tale espressione, però, sarà necessario soffermarci sulla traduzione da dare al termine “miles”. 
Il riferimento biblico offerto dalle Fonti francescane nei testi in cui compare l’espressione “miles Christi” applicata a Francesco è rappresentato dalla Seconda lettera a Timoteo (2,3), in cui l’apostolo esorta il suo collaboratore a “prendere la sua parte di sofferenze, come un buon soldato di Cristo Gesù”. 
Dunque, l’espressione indicherebbe il soldato semplice, quello che deve sopportare le fatiche e i pericoli della guerra; l’accento del testo biblico è sulla fatica poco gratificante che deve sopportare un soldato. 
Tuttavia, l’uso che costantemente viene fatto del termine “miles” nei testi biografici francescani sembrerebbe favorire la sua identificazione non con “soldato” ma con “cavaliere”. 

Il primo e fondamentale testo che confermerebbe tale traduzione è quello che descrive il sogno delle armi, evento che, come già notato nel ciclo giottesco, anche per le biografie costituisce il momento iniziale di un processo di cambiamento, i cui termini, confusamente percepiti in quella esperienza onirica, si invereranno più tardi sotto altre forme. 
Già nel racconto della Prima vita, i termini cavallereschi hanno un valore di primo piano, in particolare quando il giovane chiede a chi appartengano tutte quelle armi e riceve la risposta: “sua fore militumque suorum” (1Cel 5: FF 326). 
Svegliatosi, racconta il Celano, Francesco, ritenendo che il sogno gli preannunciava un presagio di “grande prosperità”, progetta di andare nelle Puglie. 
Interessante la chiarificazione che il Celano vuole subito fornire del presagio contenuto in quel sogno in rapporto al destino a cui era chiamato Francesco dalla volontà di Dio:

In verità, molto a proposito si parla di armi subito all’inizio, ed è assai conveniente armare il soldato che si accinge a combattere contro il forte armato, perché, come nuovo Davide, liberi Israele, nel nome del Dio degli eserciti, dall’antico oltraggio dei nemici (1Cel 5: FF 327).

L’ulteriore chiarificazione del sogno come progetto di diventare un “cavaliere” è offerta con maggiore evidenza dal De inceptione dell’Anonimo perugino, nel quale tutto il sogno e il conseguente progetto di andare nelle Puglie sono sintetizzati con un’espressione tipica del gergo cavalleresco: “miles fieri”, cioè “diventare cavaliere”:

Destatosi, andava interpretando il sogno in chiave mondana, come colui che non aveva ancora gustato pienamente lo spirito di Dio e immaginava che sarebbe diventato un principe magnifico. E pensando molte cose attorno a questo fatto, deliberò di diventare cavaliere, perché in qualità di cavaliere gli fosse offerto tale principato. Dispose quindi di partire per la Puglia al seguito del conte Gentile, onde essere da lui creato cavaliere. A tal fine preparò un corredo di vesti il più possibile preziose (Anper 5: FF 1491). 

La stessa terminologia ritorna, poi, sia nella Leggenda dei Tre compagni (5: FF1399), sia nella Vita seconda di Celano, in cui, con maggiore precisione, si narra che Francesco fa i suoi preparativi per la Puglia “nella speranza di essere presto insignito del grado di cavaliere (gradum militaris honoris contingere)” (2Cel 6: FF 586). 

La stessa notizia è data dalla Leggenda maggiore di s. Bonaventura, che conferma il malinteso in cui era caduto Francesco, interpretando il sogno come “presagio di gloria” e facendogli decidere 

di recarsi in Puglia al servizio di un nobile conte, con la speranza di acquistare in questo modo quel titolo di cavaliere che la visione gli aveva indicato (LegM I 3, FF1031).

Il termine “miles”, dunque, non va compreso o tradotto semplicemente con “soldato” ma con il termine “cavaliere”, cioè in continuità con la visione medievale e cavalleresca del crociato, che pone le sue armi al servizio del progetto di realizzare grandi imprese a favore della fede, la cui nobiltà può ottenere l’onore di essere nominato “cavaliere”. 

 

 

Nel sogno delle armi inizia un “sogno esistenziale”, un progetto di vita, quello di diventare un “cavaliere” pieno di fama e di gloria. 
Nella loro strategia narrativa globale, le biografie sviluppano intorno a questo sogno tutta la vicenda della conversione: se, da una parte, infatti, gli eventi smentiranno il sogno di gloria militare, dall’altra, essi confermeranno, nella sostanza più profonda, il compiersi “sub contrario” di quel sogno mal capito da Francesco. 
Per i biografi, di fatto la conversione davanti alla croce di S. Damiano non è altro che l’investitura a cavaliere di Francesco fatta da Dio, in cui il suo sogno iniziale diventa realtà per un progetto ancora da comprendere bene ma ormai determinato nei suoi caratteri spirituali.

La prima e fondamentale notizia dell’iniziale realizzazione del sogno delle armi al momento della conversione, quando Francesco diventa il vero “miles Christi”, è attestata, con grande chiarezza e precisione, da Tommaso. 
Il biografo, infatti, pur non potendo riferire quale sia la rivelazione che cambia la vita del giovane, non ha dubbi nel qualificarlo “cavaliere di Cristo”. Il contesto in cui tale espressione è usata è di grande interesse: Francesco, dopo la rivelazione misteriosa, come abbiamo già letto nel Celano, “balza in piedi, fa il segno della croce, appronta un cavallo, monta in sella e, portando con sé panni di scarlatto, parte veloce per Foligno. Ivi, secondo la sua abitudine, vende tutta la merce, e, con un colpo di fortuna, perfino il cavallo!”. 
Come un vero crociato, che parte per la battaglia dopo aver ricevuto l’investitura, il giovane si segna con la Croce, per entrare nel combattimento, il quale avrà il primo scontro nella liberazione da tutti i segni legati al vecchio sogno di cavaliere. 
Vendendo il cavallo, il santo, oltre ad abbandonare il vecchio ideale militare, vince la prima battaglia da cavaliere di Cristo e ritorna verso Assisi forte di questa consapevolezza. 
Per il Celano, oramai è chiara l’identità donata a Francesco dall’evento mistico:

Il nuovo soldato di Cristo si avvicinò alla chiesa e, mosso a pietà di quella miserevole condizione, vi entrò con timore riverenziale; incontrandovi un povero sacerdote, con grande fede gli baciò le mani consacrate, gli offrì il denaro che recava con sé e gli manifestò il suo proponimento. Stupito, e più di quanto si possa credere meravigliato dell’improvviso mutamento, il sacerdote non volle credere a quello che sentiva e, temendo un burla, ricusò di prendere quei soldi. Infatti lo aveva visto, per così dire, il giorno innanzi a far baldoria tra parenti e amici, superando tutti in vanità. Ma Francesco insisteva e lo supplicava ripetutamente di credere alle sue parole, e lo pregava di accoglierlo con lui per amore del Signore. E finalmente il sacerdote gli permise di rimanere con lui, ma non volle accettare del denaro, per paura dei parenti. Allora Francesco, vero dispregiatore della ricchezza, lo gettò sopra una finestra, incurante di esso quanto della polvere (1Cel 9: FF 335).

Francesco è diventato il nuovo cavaliere di Cristo proprio rinunciando, con un gesto coraggioso e risoluto come deve essere di ogni vero cavaliere, alle sue insegne di cavaliere umano; nel momento in cui smette di sognare di diventare un cavaliere con le armi, egli diventa veramente cavaliere; il sogno degli inizi si invera ma sotto altre spoglie e con un’altra armatura, costituita dalla forza del Vangelo.

Sarà proprio questa specificazione che introdurrà e indurrà Tommaso da Celano ad impiegare la stessa qualifica per caratterizzare, in questo caso, l’opera a cui è stato chiamato Francesco come nuovo cavaliere di Cristo. 
Anche in questo caso, il contesto di tale uso è molto importante: Francesco, con i suoi primi compagni, va a Roma per farsi approvare il “propositum vitae” e, tornato nella valla spoletana, deve risolvere la grave questione su come vivere e cosa fare con i suoi compagni (cf. 1Cel 34-41). 
Le due prime e fondamentali risposte riguardano i caratteri centrali della loro identità: la scelta sicura a favore della povertà (cf. 1Cel. 34-35) e l’impegno radicale per la predicazione (1Cel 35-37). 
I due aspetti sono tra loro convergenti: la predicazione del Vangelo, come impegno prioritario, può, infatti, essere efficace soltanto se confermata dalla povertà evangelica quale garanzia delle parole annunciate. 

E’ proprio in rapporto alla chiamata apostolica, quale campo di battaglia privilegiato per Francesco, che il Celano riutilizza, in modo strategico e risolutivo, la qualifica di “miles Christi”. Ascoltiamo il brano nel suo contesto:

Discorrevano tra di loro, veri cultori della giustizia, se dovevano svolgere la loro vita tra gli uomini o ritirarsi in luoghi solitari. Ma san Francesco che, non fidandosi mai di se stesso, premetteva a ogni decisione la preghiera a Dio, scelse di vivere non soltanto per se, ma per Colui che è morto per tutti, ben consapevole di essere stato inviato per a guadagnare a Dio le anime, che il diavolo tentava di rapire.
Il valorosissimo soldato (valorosissimus miles) di Cristo, Francesco, passava per città e villaggi annunciando il regno dei cieli, predicando la pace, insegnando la via della salvezza e la penitenza in remissione dei peccati; non però con gli artifici della sapienza umana, ma con la virtù dello Spirito. Poiché ne aveva ricevuto l’autorizzazione dalla Sede Apostolica, operava molto fiducioso e sicuro, rifuggendo da adulazioni e lusinghe ingannatrici. Non sapeva blandire i vizi di alcuno, ma li sferzava con fermezza, né approvava la vita dei peccatori, ma li percuoteva con aspri rimproveri, dal momento che aveva indotto prima di tutto se stesso a fare ciò che inculcava agli altri. Non temendo quindi d’esser trovato incoerente, predicava la verità con franchezza, tanto che anche uomini dottissimi, illustri per fama e dignità, accoglievano ammirati i suoi discorsi, e alla sua presenza erano invasi da un salutare timore (1Cel. 35-36: FF 381-382).

Stabilita la predicazione quale stile di vita voluto da Dio, il Celano qualifica l’opera evangelizza­trice di Francesco come quella di un “fortissimus miles Christi” che, con le armi della parola di Dio, la potenza dello Spirito e la garanzia dalla sua vita evangelica di povertà, può sbaragliare il nemico delle anime. 
Quanto iniziato dopo la misteriosa rivelazione e verificato con i gesti risoluti della liberazione da ogni cosa, si realizza nella potenza della predicazione di Francesco: forte del mandato della Chiesa, con le armi della parola di Dio e ripieno di Spirito divino, egli inizia a ristabilire “il regno di Dio” per le contrade dell’Umbria annunciando la pace e la penitenza. 
Il cavaliere di Cristo intraprende, nella predicazione del Vangelo, la sua battaglia contro il nemico delle anime per far trionfare il Regno di Dio.

Nella Leggenda dei Tre compagni, la qualifica di “miles Christi”, conquistata da Francesco con la conversione, non solo è riaffermata ma diventa il tema centrale nella presentazione della nuova identità ottenuta dal giovane nell’evento mistico della Croce. 
Per tre volte, nella narrazione dei Tre compagni, ritorna l’immagine e sempre nel contesto dell’esperienza fondativa della croce di S. Damiano. 
La prima volta è impiegata nel numero immediatamente precedente a quello dell’evento mistico: Francesco, animato dal desiderio di conoscere la volontà di Dio, vive una specie di battaglia contro colui che tenta di impedire a tutti i costi la piena conversione del santo. 

Il nemico del genere umano, che lo teneva d’occhio, si sforzava di ritrarlo dalla buona via, incutendogli paura e orrore. C’era infatti in Assisi una donna mostruosamente ingobbita e il demonio, apparendo all’uomo di Dio, gliela riportava alla memoria, minacciandolo che, se non si ritraeva dai suoi propositi, avrebbe inflitto a lui la deformità di quella donna. Ma il fortissimo cavaliere di Cristo, non curando le minacce del diavolo, pregava devotamente che Dio guidasse il suo cammino (3Comp 12: FF 1409).

Per la Leggenda dei Tre compagni, dunque, gli eventi precedenti alla croce di S. Damiano preparano l’investitura e costituiscono un esercizio importante per permettere a Francesco di giungere alla trasformazione della sua persona, facendolo diventare “cavaliere di Cristo”. 
E’, infatti, davanti alla Croce, senza ombra di dubbio, che, per i Tre compagni, Francesco riceve l’investitura a “miles Christi”. 
La prova di tale novità sarà richiesta a Francesco nelle avversità che seguiranno subito dopo la sua scelta di fermarsi a S. Damiano, quando dovrà provare le sue capacità di combattente. 

Ma Francesco, divenuto ormai novello cavaliere di Cristo, come seppe di quelli che lo stavano minacciando e presentendone l’irruzione, lasciò spazio all’ira paterna e andò a rifugiarsi in una caverna segreta, che aveva appositamente preparato, dove restò nascosto per un mese intero […].
Finché un giorno, tutto infuocato di entusiasmo, lasciò la caverna e si mise in cammino verso Assisi, vivace, lesto e gaio. Armato di fiducia in Cristo e acceso di amore divino, rinfacciando a se stesso la codardia e la vana trepidazione, si espose senza nascondersi alle mani e ai colpi dei persecutori. Al primo vederlo, quelli che lo conoscevano com’era prima, presero a insultarlo, gridando ch’era un insensato e un pazzo, gettandogli addosso fango delle piazze e sassi. Vedendolo così cambiato dai costumi di prima, sfinito dalle penitenze fisiche, attribuivano ogni sua azione ad esaurimento e a follia. Ma il cavaliere di Cristo passava in mezzo a queste cose come un sordo, non lasciandosi scuotere o cambiare dalle ingiurie, rendendo invece grazie a Dio (3Comp 16-17: 1416-1417).

La prima notazione che va fatta al racconto dei Tre compagni riguarda proprio l’inizio del nostro brano, in cui il biografo sintetizza quanto avvenuto a S. Damiano con l’inciso di apertura “Francesco divenuto novello cavaliere di Cristo”; egli, cioè, davanti al Crocifisso, ha ricevuto l’investitura della potenza di Dio e un mandato specifico: “Va e ripara ma mia casa”. 
La prova della tempra inflessibile e potente ricevuta dal giovane nella conversione davanti al Crocifisso è verificata dalla tenacia con cui egli affronta lo scontro con il padre, in cui Francesco impiega le sue nuove armi: quelle della pazienza e della sopportazione nella lode di Dio. 

Dunque, anche per i Tre compagni, la novità conferita dall’evento di conversione è identificata con l’essere diventato “cavaliere di Cristo”. 
E’ chiaro che, contrariamente al legame stretto posto dal Celano tra l’identità di “cavaliere” del giovane e il suo mandato della predicazione quale vero campo di battaglia, i Tre compagni sottolineano soprattutto l’aspetto della potenza e della risolutezza, provate e verificate nella battaglia contro le avversità subìte dal padre immediatamente dopo la conversione. 

Il ritorno ad un rapporto diretto e stretto tra l’essere “cavaliere di Cristo” e il suo mandato apostolico è effettuato da Bonaventura nella sua Leggenda maggiore
Egli, infatti, con un’operazione di grande lucidità, pone in diretta connessione la croce di S. Damiano, vista come investitura cavalleresca di Francesco, e la sua battaglia principale a favore della Chiesa nella predicazione della parola di Dio.
Delle quattro volte che il santo biografo applica a Francesco l’immagine di “miles Christi”, due rappresentano l’elaborazione definitiva dell’uso di tale qualifica come specificativa dell’identità (essenza) e dell’attività (missione) donate a Francesco nell’evento della conversione. 
Il primo testo bonaventuriano vuole essere un’anticipazione narrativa di quanto avverrà davanti alla croce di S. Damiano, sintetizzando quella futura trasformazione come diventare “cavaliere di Cristo”: 

Un giorno, mentre andava a cavallo per la pianura che si stende ai piedi di Assisi, si imbatté in un lebbroso. Quell’incontro inaspettato lo riempì di orrore. Ma ripensando al proposito di perfezione, già concepito nella sua mente, e riflettendo che, se voleva diventare soldato di Cristo doveva prima di tutto vincere se stesso, scese da cavallo e corse ad abbracciare il lebbroso e questi, mentre stendeva a lui la mano come per ricevere l’elemosina, ne ebbe il danaro insieme con un baciò (LegM I 5: FF 1034).

Il progetto a cui lo chiama la volontà divina è quello di diventare “cavaliere di Cristo”, identità, però, che può essere raggiunta dal giovane solo preparandosi, cioè diventando non solo degno ma anche capace di assumere quella missione. 
Il provare se stesso, mediante un superamento delle sue repulsioni nei confronti dei lebbrosi, costituisce l’esercizio che garantisce in lui quella fortezza e tenacia necessarie ad ogni vero cavaliere.

Tuttavia, quando poi Bonaventura racconta l’evento della conversione davanti alla croce di S. Damiano, non riutilizza l’espressione per qualificare la novità spirituale donata a Francesco da quell’avvenimento. 
Il legame esplicito è rinviato dal santo biografo quasi alla fine della vicenda del giovane quando, ricollegandosi in modo diretto e preciso a quell’esperienza mistica, Bonaventura narra l’esperienza culminante della vicenda di Francesco, cioè le stimmate. 
Dopo aver descritto questo evento strabiliante, ponendolo a compimento di tutta l’esperienza del santo, Bonaventura, alla fine dell’ampio e articolato capitolo ad esso dedicato, esclama come segue:

Orsù, dunque, o valorosissimo cavaliere di Cristo, brandisci le armi del tuo stesso invittissimo Condottiero: cosi splendidamente armato, sconfiggerai tutti gli avversari. Brandisci il vessillo del Re altissimo: alla sua vista, tutti i combattenti dell’esercito di Dio ritroveranno coraggio. Ma brandisci anche il sigillo di Cristo, il pontefice sommo: con questa garanzia le tue parole e le tue azioni saranno da tutti e a piena ragione ritenute irreprensibili e autentiche! Ormai nessuno ti deve recare molestia per le stimmate del Signore Gesù, che porti nel tuo corpo; anzi ogni servo di Cristo è tenuto a venerarti con tutto l’affetto (LegM XIII 9: FF 1234).

Con le stimmate, Francesco manifesta definitivamente la sua natura di “valorosissimo cavaliere di Cristo”, colui che porta su di sé le insegne del Re ed è luogotenente di un “invittissimo capitano”. 

Secondo la tipica visione medievale, Francesco, insignito del grado di cavaliere, deve combattere e brandire le armi per sconfiggere tutti i nemici del suo Re. 
Indubbiamente Bonaventura, con queste parole, vuole rispondere in modo definitivo a tutti gli attacchi che, dalla seconda metà del 1200, erano stati sferrati, all’interno della Chiesa, contro la legittimità dell’Ordine dei frati minori. 
Le stimmate non lasciano alcun dubbio ai denigratori dell’Ordine e tutti sono tenuti a venerare quel grande santo “con tutto l’affetto” e, di conseguenza, rispettare e onorare anche il suo Ordine. 

Onorando il santo fondatore come il “valorosissimo cavaliere di Cristo” insignito dei vessilli del grande capitano, dunque, il generale dell’Ordine di fatto risponde alle dure e violente polemiche sorte nei confronti dei frati minori, proponendo l’identità risolutiva del santo di Assisi come colui che, “così splendidamente armato”, può sconfiggere “tutti gli avversari” della Chiesa.

Per Bonaventura, però, le stimmate non sono nient’altro che il compimento di un processo iniziato con la conversione, momento in cui è stato prefigurato a Francesco il suo futuro ruolo di “capitano dell’esercito di Cristo” mediante il compito, ricevuto per tre volte dalla voce del Crocifisso, di ricostruire la sua casa. 
Il testo posto subito dopo quello appena citato chiarisce perfettamente la stretta connessione tra gli inizi attuatisi nella conversione e il loro pieno compimento suggellato dalle stimmate: 

Ora si è compiuta veramente in te la prima visione che tu vedesti, secondo la quale tu, futuro condottiero dell’esercito di Cristo, dovevi essere decorato con l’insegna delle armi celesti e con il segno della croce. Ora il fatto che tu, al principio della tua conversione, abbia avuto quella visione, in cui il tuo spirito fu trafitto dalla spada dolorosa della compassione, e l’altra, in cui hai udito quella voce scendere dalla croce come dal trono sublime e segreto propiziatorio di Cristo, secondo che tu stesso hai confermato con la tua sacra parola, risultano indubitabilmente veri (LegM XIII 10: FF 1235).

Dunque, anche secondo Bonaventura, la conversione avvenuta davanti alla croce di S. Damiano rappresenta per Francesco il punto di arrivo della sua identità di “miles Christi”. 
In quella esperienza, è trafitto dalla spada dolorosa della compassione, cioè riceve la forza dell’amore e ascolta l’invito della voce del Crocifisso, che gli affida una missione a favore di tutta la Chiesa. 
Anche per Bonaventura, dunque, nell’esperienza di conversione avuta davanti al Crocifisso, il santo realizza quel sogno premonitore, attuandolo, però, non più con le armi della guerra ma con quelle della parola di Dio.

I caratteri che, secondo i biografi, emergono dell’identità scoperta da Francesco davanti alla croce di S. Damiano, quindi, sono sintetizzati da un’immagine di grande valore nel contesto medievale e molto significativa nella valutazione generale della figura e dell’opera del santo: “miles Christi”. 
Il giovane, nell’esperienza di S. Damiano, compie un cammino di distacco dagli altri uomini per entrare nella sfera del sacro e dell’eccezionale; là è toccato dal dito di Dio fino al centro della sua anima per poter diventare uno strumento della sua potenza a favore dell’intera Chiesa. 
La spada e le armi di Francesco sono la sua vita evangelica che darà alla sua predicazione l’efficacia e la forza per sconfiggere il male e debellare il nemico della Chiesa. 
Nel Francesco raccontato dai biografi e da essi qualificato “cavaliere di Cristo”, convergono, dunque, una serie di termini (quali potere e forza, battaglia e violenza, vittoria e superamento del nemico), che appartengono allo stesso ambito semantico cavalleresco medievale. 
Tali categorie, poi, non sono contraddette dalla scelta della povertà; anzi, essa costituisce la vera forza che rende l’azione di Francesco potente e vincente. 
Tali sono stati i caratteri, fissati dalle immagini di Giotto, dell’uomo nuovo che, secondo i racconti dei primi biografi, nasce dalla conversione.

 

2. L’uomo nuovo che nasce dal servizio ai lebbrosi: il frater minor

 

 

Tra i molti racconti giunti fino a noi sulla conversione di Francesco, ve ne è uno del tutto speciale e particolare: quello fatto dall’interessato stesso nel suo Testamento

Nella breve prima parte di questo testo, dettato da Francesco molto probabilmente a ridosso della sua morte, il santo vuole lasciare ai suoi frati una breve memoria di alcuni momenti, per lui i più significativi, della sua vicenda.
Il primo ricordo, quello che non solo apre il racconto ma che dà anche l’avvio alla sua esistenza evangelica, è dedicato proprio agli eventi risolutivi che lo hanno portato alla conversione. 
E’ chiaro che il processo di trasformazione della sua persona è stato molto più articolato e complesso di quanto Francesco stesso racconta nelle prime tre brevi righe del suo Testamento
Tuttavia, tra i tanti avvenimenti che hanno toccato la sua persona e l’hanno condotta alla conversione, quello ricordato come risolutivo e fondamentale non è, per Francesco, la croce di S. Damiano ma un altro evento: 

Il Signore dette a me, frate Francesco, di incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi, e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da loro, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza di animo e di corpo. E in seguito, stetti un poco e uscii dal secolo (Test 1-3: FF 110).

Il testo è tanto conosciuto quanto studiato e commentato; dunque, non è il caso di proporre, in questa sede, un’analisi dettagliata e particolareggiata. 
Tuttavia, tenendo presente quanto si è ascoltato dalle biografie, è possibile sviluppare una serie di osservazioni, per evidenziare le diverse conseguenze identitarie dell’uomo Francesco che nasce da quell’avvenimento.
Anche in questo racconto, la conversione del giovane avviene grazie ad un incontro, in cui l’assisiate di fatto scopre una nuova identità di vita che determinerà tutto il resto della sua esistenza. 
Il processo di trasformazione, tuttavia, è descritto da Francesco mediante una doppia serie di avvenimenti che causano nel giovane prima lo smantellamento dei suoi sogni e, poi, la scoperta di una identità nuova.

 

a) Gli incontri rifiutati con i lebbrosi: l’amarezza dell’essere nei peccati

 

Un uomo medievale, con delle buone possibilità economiche e animato dal sogno che tutti all’epoca avevano, cioè quello di diventare un nobile cavaliere, non poteva provare che amarezza e ribrezzo di fronte ai lebbrosi. 
Essi erano l’esatto opposto del suo sogno: mentre essi erano gli ultimi della società, i falliti e gli emarginati, il cavaliere era il primo, quello vincente e al centro della città; i primi erano pericolosi ed evitati da tutti, il secondo, invece, quello da tutti invidiato e ammirato. 

E’ chiaro, allora, che Francesco ricordi l’amarezza provata ad ogni loro incontro, spesso avuto, molto probabilmente, cavalcando nella vallata sottostante ad Assisi. 
Solo vederli da lontano gli procurava amarezza e fastidio. 
Tuttavia, nel suo testo, il santo premette una notazione di grande importanza per comprendere la tanta amarezza provata alla loro vista: “poiché io ero nei peccati”. 
L’interpretazione di questa affermazione ha avuto spesso degli accenti di tipo moralistico: “essere nei peccati” significava “fare peccati”, cioè infrangere delle leggi divine e così offendere Dio. 

 

 

La lettura di altri testi di Francesco, invece, permette di porre sotto una luce più ampia e efficace tale espressione. 
Come il santo afferma nella II Ammonizione, il peccato fondamentale, che riproduce quello dei progenitori, è commesso da colui che “si appropria della sua volontà e si esalta per i beni che il Signore dice e opera in lui”. 

Essere nei peccati significa dunque, per Francesco, vivere una vita autocentrata, nella ricerca della propria esaltazione; è il suo sogno di diventare cavaliere, nella ricerca della gloria e della fama, che rappresenta, per Francesco, l’essere nei peccati. 
Tale stato, però, non era per il giovane oggetto di una consapevolezza chiara e precisa; esso, infatti, emergeva indirettamente e inconsciamente, secondo il racconto del Testamento, proprio quando egli si incontrava con i lebbrosi. 
Nell’amarezza provata davanti a quei poveri, non vi era solo ribrezzo per quella orribile malattia ma, credo, anche una sorta di rimprovero che inconsapevolmente o esplicitamente Francesco percepiva: la gloria della tua situazione e il benessere economico, che ti dona la possibilità di realizzare il tuo sogno di cavaliere, non solo non ti sono dovuti ma non ti condurranno neanche alla tua vera identità e verità. 

Gli incontri casuali e violenti con quelle povertà mettevano in mostra, nell’animo del giovane, la miseria e fragilità di una vita di apparenze, fondata sulla non verità e tesa verso un sogno che non era quello “vero”. 
Nell’amarezza che i lebbrosi facevano scatenare in Francesco, vi era lo smascheramento di una verità più profonda altrimenti non raggiungibile: io ero nei peccati perché vivevo una vita autocentrata e insoddisfatta nell’inseguire il sogno di diventare un cavaliere. 
In fondo, i lebbrosi imponevano al giovane di interrogarsi su quale fosse la sua identità e la fatica di rispondere costituiva la fonte della sua amarezza.

 

b) L’incontro accettato: e io feci misericordia con essi diventando un fratello

 

Il processo istaurato dai lebbrosi sulla domanda della sua identità si compie in un incontro fondamentale che Francesco presenta come l’evento risolutivo per la sua conversione, intesa come scoperta della sua vera identità e del suo progetto di vita. 
Tale incontro è riassunto da Francesco in due momenti, legati ai due attori della storia raccontata nel breve testo: “E il Signore stesso mi condusse tra di essi e io feci misericordia con essi”. 

Le notizie forniteci dal santo sono in sé molto vaghe, sia riguardo ai tempi e ai luoghi che nelle modalità concrete dell’accadere degli avvenimenti.
Esse, tuttavia, rivelano una ricchezza teologica ed esistenziale di estremo valore e forza che permette di cogliere gli elementi fondamentali della conversione del giovane. 

Non potendo commentare dettagliatamente quanto raccontato da Francesco nella breve frase, ci limitiamo a due sottolineature, connesse ai due momenti della vicenda.

Lo stesso Signore mi condusse tra di essi”. 
Oltre ad evidenziare la natura “teologica” dell’incontro, nel quale Dio stesso guida gli avvenimenti, con questa espressione Francesco ricorda chiaramente che la sua conversione non ebbe connotati di tipo “religioso”. 
Contrariamente ai racconti dei biografi (che, come si è visto, narrano dell’impulso ricevuto dallo Spirito che spinge Francesco ad entrare nella chiesetta di S. Damiano e inginocchiarsi di fronte al Crocifisso), nel suo testo autobiografico, il santo ricorda di esser stato preso per mano da Dio per entrare in un luogo affatto religioso ed incontrarsi con delle immagini che, in quella società, rappresentavano “gli abbandonati da Dio”, perché colpiti da una malattia che rinviava ad una situazione morale peccaminosa. 

Da Dio Francesco è condotto a coloro che non sono Dio per incontrare lì la risposta alla sua amarezza. 
E ancora: invece di entrare nella solitudine di un contatto mistico e trascendente con il divino onnipotente, Francesco è condotto tra una moltitudine di poveri la cui condizione impotente chiudeva ogni possibilità di futuro e di speranza. 
Francesco, dunque, nel suo breve testo, racconta che il movimento a cui è guidato da Dio per giungere alla sua conversione è perfettamente inverso a quello descritto dai biografi: gli eventi precedenti, anche l’incontro con il lebbroso e i gesti di carità avuti con essi, infatti, non sono altro, per i biografi, che la preparazione del momento mistico sconvolgente; al contrario, per Francesco, se ci sono momenti di tipo “religioso” nel suo processo di conversione, essi sono la preparazione a questa esperienza di umanità e di povertà capace di sconvolgere la sua esistenza e di portarlo alla scoperta di nuovi orizzonti e di nuove prospettive identitarie. 

Gli atteggiamenti con cui Francesco risponde a questo incontro inaspettato e sconvolgente sono descritti dal santo con un’affermazione tanto indeterminata nelle informazione particolari quanto efficace e risolutiva nella descrizione dell’elemento centrale della sua esperienza: “e io feci misericordia con essi”. 

Di fronte alla croce di S. Damiano, Francesco rimane passivo e riceve due importanti doni: la commozione del cuore, mediante un’esperienza estatica, e le parole che gli affidano una missione grande a favore di tutta la Chiesa. 
Di fronte ai lebbrosi, invece, entrando nella loro dimora, egli non ottiene nessuna apparizione nè sente alcuna voce celeste ma deve prendere posizione attivamente davanti a quello scandalo ripugnante; deve e vuole, cioè, prolungare in modo radicale il movimento di entrata e di dono di sé a quei miseri, espresso attraverso una parola unica e preziosa: la misericordia.

Da quei poveri, Francesco non ottiene nè una commozionenè un mandato a favore del mondo intero; nella loro dimora, in quel silenzio di povertà e abbandono, non gli viene toccato il cuore con la commozione di una visione trascendente ma gli viene chiesto di compiere un gesto che fino a quel momento non aveva fatto mai: fare misericordia, cioè donare il suo “cuore ai miseri”.

Se fino a quel momento era stato guidato dal sogno di essere oggetto di ammirazione e di lode, cioè quello di diventare un cavaliere; ora la situazione gli chiede di invertire questo movimento autocentrato, smettendo di desiderare di essere l’uni-verso cui tutto andava. 
Quei volti lebbrosi gli chiedono di spostare su di loro il movimento e porre in essi l’uni-verso cui ordinare la sua esistenza, per invertire radicalmente l’universo mentale che fino a quel momento aveva sostenuto e dato forza alla sua identità. 

 

 

Nel movimento di misericordia verso i lebbrosi, il santo smette di fare del progetto di cavaliere il perché della sua esistenza, per impostare la logica della vita su altri e inversi parametri. 
E’ questo il processo di conversione avvenuto con i lebbrosi: essi fanno scoprire a Francesco l’inconsistenza del suo sogno di diventare cavaliere e gli mostrano una via tanto diversa quanto sicura per giungere alla sua verità e identità.
E’ questo l’ambito della conversione di Francesco più importante per il nostro punto di osservazione: affermare che, in quella esperienza di misericordia, il giovane scopre finalmente la sua identità, significa domandarsi quale possa essere la parola risolutiva che sintetizza questa intuizione. 

Se Francesco si è convertito dal progetto di vita di diventare cavaliere, verso quale altro progetto avrà diretto il suo sguardo? Quale sarà la nuova logica di vita, cioè la nuova identità che avrà scoperto mediante l’esperienza della misericordia verso gli ultimi e gli emarginati della sua società? 

Il termine con cui Francesco sintetizza la sua nuova identità, frutto della conversione, è proclamato proprio in apertura del Testamento: “Il Signore dette a me frate Francesco”. 
Tra i lebbrosi, egli scopre la chiamata e il progetto di vivere da “fratello” e non più da cavaliere.

Tentiamo di articolare meglio tale nuova identità del santo, nata tra i più poveri del suo tempo.
Per far questo, sarà necessario approfondire le dinamiche contenute nell’espressione centrale usata da Francesco per raccontare il suo stare con i lebbrosi.

Diverse possono essere le considerazione da fare per comprendere l’affermazione di Francesco “e io feci misericordia con essi”; tuttavia, credo che due possano essere gli aspetti principali racchiusi in questa espressione, corrispondenti a due scelte concrete e precise operate dal giovane di fronte a quei miseri. Innanzitutto, egli vuole entrare e restare a casa loro, diventare loro “domestico”, nel senso letterale del termine, cioè colui che vive con altri nella stessa “domus”, dunque familiare e, in qualche modo, parente. 
Tutto ciò significa, di conseguenza, che Francesco non compie un atto eroico di un momento ma sceglie di restare un periodo ampio con i lebbrosi, tanto ampio da poter dire, alla fine del nostro breve racconto: “quando uscì da essi la mia vita si era trasformata, si era convertita da amaro in dolce”. 

Oltre la permanenza, che lo rende “domestico-familiare” con i lebbrosi, vi è un secondo aspetto costitutivo della misericordia: non solo Francesco vuole restare con essi ma decide anche di agire con essi come vorrebbe essere trattato se egli stesso si trovasse in quella loro situazione.

E’ questa la regola d’oro proposta da Francesco tante volte nei suoi scritti quando parla del comportamento da avere sia con i frati malati che con i frati peccatori, cioè con le due categorie “lebbrose” dei bisognosi di vicinanza gratuita e misericordiosa. 

Tra i tanti testi che potrebbero essere citati, ricordiamo l’esortazione proposta da Francesco nella XVIII Ammonizione

Beato l’uomo che offre un sostegno al suo prossimo per la sua fragilità, in quelle cose in cui vorrebbe essere sostenuto da lui, se si trovasse in un caso simile (Amm 18: FF 167).
Un testo altrettanto chiaro, nel quale lo stesso meccanismo di sostituzione è esplicitamente proposto come atto di misericordia, si ha in un doppio passaggio della seconda lettera a tutti i fedeli:
Coloro poi che hanno ricevuto la potestà di giudicare gli altri, esercitino il giudizio con misericordia, così come essi stessi vogliono ottenere misericordia dal Signore (2Fed 28: FF 191).

E, poco più avanti, si legge ancora:

E colui al quale è demandata l’obbe­dienza e che è ritenuto maggiore, sia come il minore e servo degli altri fratelli, e nei confronti di ciascuno dei suoi fratelli usi e abbia quella misericordia che vorrebbe fosse usata verso di lui, qualora si trovasse in un caso simile (2Fed 42-43: FF 197).

Non c’è dubbio, a mio avviso, che Francesco apprende tale meccanismo di vita durante la sua permanenza tra i lebbrosi. 
Tra loro, diviene loro “familiare”, non solo e non tanto per la vicinanza fisica con la loro condizione quanto perché sperimenta il loro stato, diviene in qualche modo lebbroso egli stesso, cioè loro “fratello”, “parente” alla loro condizione. 

Solo così può ottenere quei sentimenti adeguati per rapportarsi ad essi. 
Dal di dentro, non solo della loro casa ma, anche e soprattutto, della loro condizione esistenziale, egli conosce e sperimenta cosa significa essere reietto ed emarginato, senza speranza e dignità. 
Solo così può veramente avere misericordia con essi, perché è diventato loro fratello e ha sperimentato l’essere “lebbroso”. 

La misericordia del cuore, dunque, è la risposta ultima che nasce da una nuova relazione che si instaura dal di dentro con l’altro, in quanto si diventa suo parente, cioè suo fratello. Francesco ha dovuto spogliarsi dei vestiti di cavaliere per diventare un “fratello” dei lebbrosi, così da poter sperimentare e usare la misericordia con essi, quella che, probabilmente, avrebbe voluto ottenere e non ebbe dai suoi vecchi amici e concittadini durante la sua permanenza con quei reietti. 



 

L’immagine iconografica, a mio avviso, più efficace e completa nel tradurre in pittura questa esperienza continuata di misericordia fatta da Francesco con i lebbrosi, è proposta in una formella della famosa tavola “Bardi”, tra le prime riproduzione illustrative del santo di Assisi, datata 1250 circa. 
Nella seconda scena partendo dal basso della serie di destra, vi è un’interessante e strana raffigurazione di Francesco tra i lebbrosi. 
Oltre ad essere una delle pochissime immagini che raccontano di quella esperienza di servizio, il dipinto propone una inusuale soluzione iconografica. 

 

 

Nella scena, infatti, vi è un doppio Francesco, impegnato contemporaneamente in due relazioni con i lebbrosi: a sinistra, con un atteggiamento materno e molto affettuoso, egli sorregge sulle sue ginocchia un lebbroso che, con stupore e meraviglia, volge lo sguardo al santo; a destra, Francesco è impegnato nel servizio della lavanda dei piedi di una serie di malati, anch’essi sorpresi e impressionati dalla sua carità. 

Tale tentativo di raffigurare Francesco nel servizio dei lebbrosi, oltre ad essere una eccezione pittorica, che non ritornerà quasi più nell’iconografia (più propensa, invece, a raffigurare il bacio al lebbroso incontrato casualmente dal giovane mentre cavalca lungo la valle sottostante ad Assisi), costituisce, a mio parere, la più efficace interpretazione teologica e spirituale della misericordia usata con i lebbrosi da Francesco, quale periodo di “familiarità” e “fraternità” vissuto con essi. 
Anzi, credo che la doppia raffigurazione sia stata assunta dal pittore dalla testualità stessa di Francesco, quando il santo propone due fondamentali immagini nello stabilire le relazioni fraterne e di misericordia tra i frati. 

Il primo testo è nella Regola bollata, nel cui capitolo VI Francesco stabilisce i sentimenti che dovrebbero regnare tra i frati: 

E ovunque sono e si incontreranno i frati, si mostrino tra loro familiari l’uno con l’altro. E ciascu­no manifesti all’altro con sicurezza le sue necessità, poiché se la madre nutre e ama il suo figlio carnale, quanto più premurosamente uno deve amare e nutrire il suo fratello spirituale? (Rb VI 7-8: FF 91).

La reciprocità tra i frati, descritta come “familiarità”, deve essere guidata e ispirata idealmente dalla doppia e complementare immagine di “madre”, che si prende cura del suo figlio, e, dunque, di “fratello”, che premurosamente si preoccupa dei bisogni dell’altro. 

La maternità-fraternità di cui parla Francesco, quale criterio generale dei rapporti tra i frati, è appresa dal santo tra i lebbrosi, i quali gli fanno comprendere cosa significhi l’amore gratuito e radicale della madre per il figlio e quale debba essere la misura della misericordia nella risposta cristiana alla povertà degli altri. 
Stando con essi, Francesco impara a prendere tra le sue braccia, cioè a prendersi cura di coloro che, fino a quel momento, avevano fatto scattare in lui un senso di amarezza e rifiuto. 

La misericordia materna-fraterna costituisce, dunque, il superamento del criterio alto-basso tipico del diventare “cavaliere”, e permette di instaurare rapporti solidali in cui le diversità e povertà sono abbracciate per essere sollevate da terra. 

La seconda immagine proposta dalla formella è quella della lavanda dei piedi, quale momento complementare ed esplicativo della cura misericordiosa dell’altro. 
Proprio questa immagine è utilizzata in un famoso passo della Regola non bollata, in parte riutilizzato successivamente anche nella Regola bollata
La questione trattata da Francesco nel passaggio legislativo riguarda le modalità attraverso cui il ministro deve svolgere il suo servizio ai frati quando essi si trovano in momenti di difficoltà:

I frati, in qualunque luogo si trovano, se non possono osservare la nostra vita, quanto prima possono, ricorra­no al loro ministro e glielo facciano sapere. Il ministro poi procuri di provvedere ad essi, così come egli stesso vorrebbe si facesse per lui, se si trovasse in un caso simi­le. E nessuno sia chiamato priore, ma tutti allo stesso modo siano chiamati frati minori. E l’uno la­vi i piedi dall’altro (Rnb VI 1-4: FF 22-23).

Secondo la raffigurazione operata dal pittore della tavola Bardi, l’immagine biblica della lavanda dei piedi è appresa esperienzialmente da Francesco tra i lebbrosi, quando egli si inginocchia con misericordia davanti ai loro bisogni. 
Il maggiore, il cavaliere si spoglia e accetta di diventare il servo e il fratello minore che si china sulle necessità dei suoi fratelli. 
Tra i lebbrosi, Francesco comprende che è necessario abolire ogni differenza, ogni distinzione di classe e di potere, smettere di essere non solo il cavaliere ma anche il figlio di Pietro di Bernardone, e sceglie di diventare e agire semplicemente come un “fratello minore”.

 

c) E la sua vita non fu più la stessa: provò la dolcezza e uscì dalla logica del mondo

 

Grazie ai lebbrosi, Francesco scopre finalmente la sua identità, trovata nella qualifica di “fratello”, la quale costituisce il progetto generale del modo di essere nel mondo e di instaurare rapporti nuovi con gli altri. 
Secondo il suo breve racconto autobiografico, Francesco non ci parla di un’esperienza di estasi, cioè di uscita da sé per essere trasportato verso l’alto stupefacente ed entusiasmante, né di un incarico a vantaggio di tutta la chiesa contro tutti i nemici della verità cristiana.
Francesco non è diventato il cavaliere di Cristo o il capitano che combatte la battaglia contro le forze del male.

Legando la sua conversione ai lebbrosi egli ricorda che nell’incontro misericordioso con i lebbrosi e con la loro emarginazione, egli discende negli abissi della povertà umana scoprendo una logica che inverte in lui quelle proprie del successo e della vittoria. 
Egli non riceve nessun incarico di salvezza per il mondo intero ma solo un’esperienza di gratuità misericordiosa in cui la familiarità e la condivisione solidale con alcuni rappresenta la scoperta che cambia radicalmente il suo universo mentale. 

E’ quanto conclude Francesco nel breve testo autobiografico in cui racconta della sua conversione: “E tornando via da essi, quello che mi sembrava amaro si trasformò (conversum fuit) in dolcezza dell’anima e del corpo”.
L’immediata considerazione che sorge da questa prima conclusione della vicenda riguarda un elemento essenziale della relazione instaurata da Francesco con la povertà e la fragilità degli altri. 
L’incontro di misericordia avuto con i lebbrosi non cambia il loro stato sociale; l’abbraccio dato dal giovane a quella povertà non produce un superamento sociale ed economico della loro condizione di reietti. 
I lebbrosi restano lebbrosi. 

Dunque, il fare misericordia non ha come scopo né produce come frutti una trasformazione effettiva della situazione emarginata e sostanzialmente ingiusta vissuta da quei miseri.
In ogni caso, anche se qualcosa grazie a Francesco era cambiato nella loro situazione, non fu questo l’elemento risolutivo ricordato dal santo nel suo breve testo. 
Ciò che, invece, si è impresso indelebilmente nel suo cuore e che egli racconta ancora ai suoi frati nel Testamento, è la trasformazione avvenuta sulla sua persona: l’incontro misericordioso con la fragilità degli altri ha prodotto una novità assoluta sulla sua persona, regalandogli una reale conversione del modo di sentire e vivere la propria esistenza. 

Dunque, la struttura narrativa scelta da Francesco nel raccontare l’evento di svolta della sua esistenza è costruita su di una specie di paradosso: quando egli viveva nell’autocentratura del cavaliere, la sua esistenza era dominata da un sapore amaro, insoddisfatto, incompleto; nel momento in cui si regala agli ultimi, invece, entrando con umiltà e pazienza nella loro fragilità, egli ha in dono il gusto della vita, la dolcezza che rende finalmente “soddisfatti” la sua anima e il suo corpo. 
Nelle parole di Francesco, si risente ancora la sorpresa del giovane in quell’apparente contraddittorietà prodotta dall’incontro con i lebbrosi: egli ottiene la dolcezza dell’anima e del corpo, cioè dell’intera sua esistenza, proprio quando smette di cercarla per entrare nella fragilità degli altri. 
Trova la vita quando accetta di perderla. 
Si libera della sua fragilità angosciata, quando abbraccia la fragilità degli altri. 
Tutti i concetti centrali dell’identità francescana (quali minorità, povertà, semplicità) non sono altro che la traduzione di questa esperienza iniziale, dalla quale Francesco ottiene la verità sulla sua persona e la via per raggiungere la vita vera. 
E’ la scoperta del tesoro nascosto nella povertà del suo terreno: non fuggire la terra ma scavare in essa per trovarvi la perla preziosa. 

La conseguenza finale, raccontata da Francesco nel suo breve testo autobiografico, non è che l’applicazione di quanto raccontato dalla parabola sul mercante di perle: vende tutto per acquistare il terreno. 
Dopo la rivelazione/scoperta esistenziale avuta con i lebbrosi, egli “stette ancora un poco e poi lasciò il mondo”. 
Egli, cioè, rifiuta definitivamente e per sempre la logica del mondo, quella che poneva nel cavaliere l’ideale supremo di ogni esistenza, e abbraccia la pazienza e l’umiltà della fragilità.

Francesco comprende e sceglie, come criterio di vita, una verità fondamentale: l’uomo si libera da ogni povertà e vive in pienezza quando accoglie, per amore e nella docilità, la sua condizione di povero diventando fratello di misericordia. 
La misericordia donata ai lebbrosi non è, dunque, un atto né ascetico-penitenziale né eroico-vincente, compiuto una volta per tutte così da acquistarsi, per il merito del grande sforzo, una condizione spirituale più santa e superiore agli altri, ma l’inizio di una logica esistenziale nuova, quella, appunto, proclamata e vissuta da colui che si è fatto nostro fratello, assumendo la nostra condizione umana e obbedendo ad essa fino alla morte e alla morte di croce.

 

3. Terminando senza concludere (?)

 

Giotto e la formella della tavola Bardi raccontano, dunque, due modalità della conversione con due identità diverse nel qualificare il nuovo Francesco che nasce da questo evento: secondo le biografie “il cavaliere” che viene investito dal Crocifisso di una potenza e di una missione universale; secondo il racconto autobiografico del Testamento, invece, “il fratello” che dai lebbrosi apprende la misericordia che non vuole vincere il mondo ma entrare nella povertà degli altri per prendersene cura. 
Due storie e due direzioni! 
Quali sono i motivi di tali diverse accentuazioni? Forse le due sottolineature sono funzionali a degli scopi più generali a cui miravano le due fonti!? 
E se così fosse, è possibile, ci domanderemo in conclusione, evidenziare o trovare un loro rapporto o sono tra loro inconciliabili?

 

a) I lebbrosi per Francesco

 

La conversione, quale processo identitario del diventare cristiano, che porta Francesco dalla logica del “cavaliere maggiore” alla logica del “fratello minore”, non lo abbandona mai; fino alla fine dei suoi giorni, infatti, Francesco si ostina a chiamare se stesso soltanto “frate Francesco”.

I lebbrosi sono coloro che hanno smascherato e smantellato la logica autocentrata, guidata dal sogno del diventare cavaliere, e ad essi il santo ritorna costantemente durante la sua vita, proclamando quell’esperienza iniziale quale metro di misura non solo della sua esistenza globale ma anche di coloro che vogliono seguire la sua chiamata rivoltagli da Dio tramite i lebbrosi. 
Questo spiega perché, ancora nel Testamento, a ridosso della sua morte, quel periodo di servizio viene ricordato come l’evento di partenza della sua visione cristiana del mondo. 
Di conseguenza, riconsegnando quella memoria ai suoi frati in quel testo finale, per aiutarli ad osservare più fedelmente la regola professata, egli vuole ricordare ad essi quale sia la loro identità di frati minori. 

Francesco, dunque, nel rievocare la misericordia vissuta con i lebbrosi, offre ai suoi frati il punto di partenza risolutivo per una autentica comprensione di se stessi e per una efficace presa di posizione nelle scelte da fare. 
L’“eccezionalità” dell’esperienza di conversione, nascosta e sbocciata da un evento in sé “banale” come il servizio ai lebbrosi, è posta, dunque, dal santo, a fondamento della vicenda personale e comunitaria; in tale esperienza, i frati possono ritrovare il senso della loro esistenza, mantenendo ferma la rotta verso quel tragitto paradossale indicato dal Signore a Francesco mediante i lebbrosi. 

Essi sono, per i frati, l’evento paradigmatico nel quale dover e poter ritrovare i punti di riferimento ideali della loro vocazione minoritica. 
Parole come umiltà e pazienza, minorità e sottomissione, semplicità e servizio caritativo sono nate da quell’evento e rinviano costantemente ad esso. 

Sappiamo molto bene, poi, che tale proposta, all’epoca, veniva a dialogare e scontrarsi con la crescente tendenza tra i frati a voler diventare sempre di più un Ordine efficiente sia culturalmente che pastoralmente, così da poter svolgere un servizio efficace a vantaggio della Chiesa intera. 
La questione riguarda quanto in pratica richiesto dai “frati dotti” nel capitolo delle stuoie (CompAss 18: FF 1564) e quanto poi, di fatto, ottenuto nel passaggio dalla prima Regola a quella definitiva. 

Nella parabola della Perfetta letizia, Francesco in qualche modo parla di tali difficoltà relazionali nell’interpretazione dello stile di vita da assumere nell’Ordine. 
Nel rifiuto del frate portinaio di accogliere Francesco, perché per lui oramai là non c’era più posto – loro infatti erano tanti e tali che non avevano più bisogno di lui –, si nasconde questo divario di vedute e la contrapposizione tra una vita emarginata e minore voluta da Francesco e quella efficace e utile per la Chiesa intera, propugnata dai frati e favorita dalla Curia romana. 
In tale contesto, la memoria del servizio ai lebbrosi, quale evento rivelativo datogli da Dio per la scoperta della vita evangelica, costituisce il riferimento ideale offerto nuovamente e definitivamente ai suoi frati per misurare la validità delle loro scelte. 

Con i lebbrosi è nata la loro vocazione e da là essi devono ripartire idealmente, per ricomprendere la loro identità e restare fedeli ad uno stile di vita evangelico. 
Il servizio ai lebbrosi degli inizi costituisce la perla preziosa che egli ha scoperto nel profondo del terreno arido e duro del lebbrosario, e che consegna ai suoi frati come eredità tanto pregiata quanto difficile da accogliere e da utilizzare.

 

b) La croce di S. Damiano per i biografi

 

Gli sviluppi in direzione pastorale ed intellettuale, a vantaggio della Chiesa e del rinnovamento della vita cristiana, erano diventati una scelta ormai consolidata dell’autocoscienza dell’Ordine già verso la fine della vita del santo fondatore, evoluzione pastorale favorita in particolare anche dal cardinale Ugolino. 
Nei frati minori e nei frati predicatori la Chiesa, aveva ottenuto da Dio due strumenti pastorali e culturali di grande efficacia per affrontare la grave difficoltà del rinnovamento spirituale e intellettuale della Chiesa, due novità che stavano favorendo in essa, senza ombra di dubbio, una rifioritura cristiana. 

Il cardinale, amico intimo del poverello di Assisi, eletto papa il 23 marzo del 1227 con il nome di Gregorio IX, tra le prime iniziative assunte, decide la canonizzazione, il 18 luglio dell’anno successivo, di Francesco, annunciata a tutto il mondo mediante una solenne e importante bolla intitolata “Mira circa nos”.
Il papa, ricordando alla fine della sua bolla la familiarità avuta con Francesco quando era ancora cardinale, nel dipingere la sua santità, pone al primo posto, come aspetto risolutivo della sua vita, l’attività predicazionale, paragonandola ad una battaglia contro le forze del male e i nemici della Chiesa.
L’immagine biblica utilizzata dal pontefice nel tratteggiare la figura del sSanto, suscitato da Dio “a favore della sua vigna perché ne estirpasse le spine e i rovi, dopo aver annientati i filistei che l’assaltavano, illuminando la patria, e la riconciliasse con Dio ammonendola con assidua esortazione” (FF 2721), è rappresentata da Sansone:

Egli, ascoltando la voce dell’amico che lo invitava dall’intimo del cuore, si alzò senza indugio, spezzò i legami del mondo pieno di lusinghe, come un altro Sansone prevenuto dalla grazie divina e, ripieno dello Spirito di fervore, presa una mandibola d’asino, con una predicazione fatta di semplicità, non adorna dei colori della persuasiva sapienza umana, bensì della potente forza di Dio, che sceglie le cose deboli del mondo per confondere le forti, travolse non soltanto mille, ma molte migliaia di filistei (Mira circa nos: FF 2722).

E’ chiaro, allora, che tale caratterizzazione del poverello di Assisi non costituiva per l’epoca soltanto un modello di santità per la Chiesa intera ma anche un punto di riferimento per l’intero Ordine minoritico. 
La fedeltà dei frati a Francesco passava anche nell’adesione a questo modello di impegno missionario a favore della Chiesa. 

Le biografie, già con la Prima vita di Celano, hanno offerto a tale modello di santità la fondazione e giustificazione biografica mediante la nascita del “cavaliere di Cristo” nell’evento della conversione avvenuta davanti alla croce di S. Damiano. 
In quell’evento, infatti, Francesco riceve da Dio l’investitura a cavaliere ma anche un compito preciso e definitivo: “riparare la sua casa che stava andando in rovina”. 

L’esperienza misericordiosa con i lebbrosi, contrassegnata da caratteri di quotidianità e semplicità, e la scoperta evangelica del diventare “fratello” non poteva costituire una base adeguata per motivare agiograficamente la missione evangelizzatrice e riformatrice assegnata dal papa alla santità di Francesco. 
Ma anche l’Ordine, impegnato sempre di più in una attività pastorale e intellettuale a favore di un rinnovamento spirituale e morale della cristianità, non poteva essere stimolato in tale attività da un modello di conversione legato al racconto fatto da Francesco nel Testamento, in cui non vi era nessuna missione esplicita e precisa di tipo universale. 
Al contrario, i significati profetici inclusi nell’evento mistico e trascendente legati alla croce di S. Damiano costituivano indubbiamente il vero fondamento per giustificare e favorire l’impegno sempre più ampio e deciso dell’Ordine nell’attività pastorale. 

Una conversione che avesse fatto scoprire a Francesco l’identità di “fratello minore”, ribaltando il sogno di diventare cavaliere, non poteva essere né motivo di gloria per l’Ordine né aiuto alla sua attività a favore della Chiesa; poter presentare una conversione che avesse inverato il sogno iniziale del giovane Francesco di diventare “cavaliere”, dandogli caratteri nuovi a difesa della fede cristiana e contro gli attacchi dei nemici di Cristo, invece, rappresentava la risposta definitiva non solo ai dubbi che potevano avere ancora i frati nella loro fedeltà a Francesco ma anche a tutte le critiche dei denigratori dell’Ordine che ponevano in forse la legittimità della loro attività pastorale e intellettuale.

 

c) Concludendo …

 

 

 

Abbiamo fatto un lungo giro per trovarci, forse, al punto di partenza. 
Le due immagini da cui siamo partiti restano alla fine l’una di fronte all’altra senza un’apparente soluzione di continuità: da una parte, l’immagine proposta da Giotto e, dall’altra, quella raccontata dalla tavola Bardi
Tuttavia, a guardar bene, si può anche dire che qualcosa di nuovo si è mosso.

La rappresentazione della conversione di Francesco esclusivamente legata all’episodio della croce di S. Damiano oramai non può più restare da sola ma deve essere affiancata e riequilibrata dal racconto del periodo di servizio trascorso dal giovane presso i lebbrosi. 

Alla tradizione agiografica ed iconografica che fa dell’esperienza di S. Damiano l’evento risolutivo della conversione del santo di Assisi, infatti, occorre aggiungere il racconto autobiografico di Francesco stesso che, pur nella scarsità di notizie particolari, è molto chiaro negli elementi costitutivi della sua trasformazione di vita. 
Dunque, la prima tanto semplice quanto importante conclusione da tirare è la compresenza, nelle fonti narrative, di due tradizioni riguardanti la conversione: l’una delle leggende, l’altra di Francesco stesso.

A questa prima conclusione, mi sembra necessario far seguire un tentativo di dialogo tra i due momenti, domandandoci se essi stiano tra loro in opposizione o siano legati da una possibile relazione convergente nella scoperta dell’identità dell’uomo Francesco. 
E’ chiaro che qui lasciamo l’analisi puramente testuale per entrare nell’interpretazione spirituale-esistenziale, nell’ambito della quale avanzeremo l’ipotesi di una circolarità tra i due eventi.

Il primo passo della trasformazione esistenziale di Francesco è sicuramente legato ai lebbrosi.
Senza l’esperienza con i lebbrosi, la Croce non avrebbe mai parlato a Francesco. 
Tante volte il giovane aveva visto una Croce e pregato davanti ad essa ma era sempre rimasta muta; egli non aveva in sé ancora i requisiti esistenziali per ascoltare con il cuore il messaggio della misericordia di Dio manifestato sulla Croce. 
In qualche modo, dunque, si è d’accordo con le biografie nel rendere l’esperienza con i lebbrosi il presupposto che permette a Francesco di giungere all’incontro mistico con lo stupore della Croce. 
Tuttavia, occorre subito aggiungere che, diversamente da come lasciano intendere i testi agiografici, l’incontro-permanenza tra i lebbrosi non è semplicemente una preparazione di tipo ascetico-penitenziale ma, come risulta dal Testamento, un evento esistenziale di rivelazione. 
In altre parole: nella misericordia con i lebbrosi, tutto è già dato e in essa vi è il nucleo pieno e vitale di quanto avvenuto successivamente a S. Damiano. 

L’esperienza mistica della Croce, allora, non è altro che il riempimento-svelamento cristologico di quanto già vissuto tra i lebbrosi. 
Senza il ribaltamento esistenziale ottenuto con essi, Francesco non avrebbe mai potuto vedere e comprendere il ribaltamento teologico realizzato sulla croce. 
In altri termini, si può affermare che l’esperienza mistica della Croce non è una specie di premio, il cui contenuto è assolutamente nuovo e ottenuto alla fine di un tragitto di rinunce e di sacrifici. 

La Croce parla a Francesco, comunicando il suo messaggio di misericordia, perché il santo ha già ascoltato e accolto inconsapevolmente quella parola crocifissa tra i lebbrosi.
A questa prima direzione si aggiunge l’altra, che completa il circolo tra i due momenti rivelativi.
Se i lebbrosi danno a Francesco la capacità di ascoltare la voce della Croce, è vero anche l’inverso, che, cioè, l’esperienza davanti al crocifisso di S. Damiano dona a Francesco una chiarificazione e una forma teologica compiuta a quanto intuito esistenzialmente con quei malati. 

In qualche modo, mediante la Croce, Francesco riesce ad aprire e capire fino in fondo il dono già ricevuto dai lebbrosi: essa gli svela quale significato ha avuto per la sua vita il periodo trascorso nel lebbrosario, perché gli mostra lo stesso mistero impresso sul volto lebbroso di Cristo, rivelando fino in fondo quanto vissuto da Francesco tra quei malati. 
Nella rivelazione-intuizione teologica offertagli dalla fede adorante della Croce, il giovane acquisisce una comprensione nuova e definitiva della rivelazione-intuizione esistenziale vissuta nella misericordia servizievole con i lebbrosi. 
Nel volto del Crocifisso e nel volto dei lebbrosi, vi è la stessa notizia nascosta dietro lo scandalo della povertà reietta: il primo compie e radicalizza il mistero dei secondi, confermando a Francesco che la vita è diventare “fratello di misericordia”, una scelta che costituisce il vero atto eroico, la vera investitura a “cavaliere di Cristo”. 

(P. Maranesi)



 

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FRATELLO FRANCESCO

(Terni - Umbria / ITALY)


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