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Francesco e il Sultano

 

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Il momento culminante dello zelo missionario di s. Francesco, fu, senza dubbio, il suo viaggio in Terrasanta e la predicazione davanti al Sultano. 

La Terrasanta era, soprattutto in quegli anni, nel cuore di tutti. 

Le Crociate, avventurose e sfortunate, avevano ridestato, almeno nel cuore dei devoti e dei semplici, l'ardore autentico di riscattare dalle profanazioni dei luoghi della vita, della passione e della risurrezione di Cristo. 

E questo era stato uno degli argomenti più impegnativi del Concilio del Laterano IV (1215).

Nel Capitolo generale dei frati Minori alla Porziuncola (Pentecoste 1217), fu quindi, tra le altre cose, programmata l'erezione della Provincia francescana d'Oltremare, che doveva comprendere: Costantinopoli con il suo impero, le isole greche, l'Asia Minore, la Siria, la Palestina, Cipro, l'Egitto e tutto il resto del Levante.

A capo della spedizione francescana fu messo l'uomo più rappresentativo: frate Elia Bombarone di Assisi. 

Il piccolo stuolo salpò da Brindisi per la Terrasanta nel giugno 1217. 

Dopo il Capitolo di Pentecoste del 1218, frate Egidio, che era già stato in Terrasanta nel 1215, e frate Eletto partirono per Tunisi; mentre frate Benedetto d'Arezzo si recò in Grecia.

La missione di Tunisi fallì: frate Egidio fu rispedito in Italia dai crociati, i quali temevano che la presenza dei missìonari complicasse le loro relazioni con i musulmani; frate Eletto fu martirizzato, mentre in ginocchio stringeva sul cuore la Regola.

Dopo la Pentecoste del 1219, partì anche s. Francesco, probabilmente da Brindisi, per unirsi ai crociati. 

Le richieste dei frati che desideravano accompagnarlo furono molte, tanto che il santo chiamò un fanciullo che passava per caso, e fece da lui sceglierne dodici, tra cui Pietro Cattani, Barbaro, Sabatino, Leonardo di Gislerio, Illuminato dall'Arce.

Il cronista frate Mariano da Firenze c'informa: «Et in breve tempo (s. Francesco) venne nell'isola di Chandia, dove alquanti giorni fu et prediche la penitentia et la passione di Christo. Dipoi navigando in Siria, feciono porto nella famosa ciptà di Acri (S. Giovanni d'Acri)». 

Da Acri ripartì per recarsi in Egitto, e fu presente a Damiata, che i crociati avevano assediato.
L'assedio fu lungo e duro; più volte la sorte fu incerta, poiché l'eroismo era dimostrato da ambo le parti. 

La presenza di s. Francesco, oltre che dai suoi biografi, è testimoniata in altri documenti dell'epoca.

Giacomo da Vitry, nel febbraio 1220, scrive da Damiata: «Il loro maestro (dei frati Minori) è venuto nella nostra armata e, infiammato di zelo per la fede, si è recato nel campo dei Saraceni, in cui, durante lunghe giornate, ha predicato ai Saraceni la parola di Dio, ma con poco successo. Il Soldano, re d'Egitto, gli ha domandato di supplicare il Signore di fargli conoscere per ispirazione divina quale fosse la religione che a Dio piaceva di più, al fine di abbracciarla».

Tommaso da Celano, oltre a darci una descrizione particolareggiata della battaglia, ci precisa anche lo stato d'animo del santo davanti alle crudeltà dei soldati:

«Un giorno che i nostri si preparavano al combattimento, il Santo lo apprese e ne provò un gran dolore: "Se si da battaglia oggi - disse ad uno dei suoi frati - il Signore mi ha rivelato che i cristiani saranno vinti. Ma se dò loro questo preavviso, passerò per folle; se taccio, la coscienza me lo rimprovererà. Che ne pensi?".
Il compagno gli rispose: "Non tener alcun conto del giudizio degli uomini. D'altronde, non è da oggi che tu passi per matto. Libera la tua coscienza e temi Dio più che gli uomini".
Il Santo corre allora dai cristiani, prodiga loro i suoi salutari avvertimenti, li dissuade dall'attacco, denuncia loro il pericolo.
Ma quelli si burlano della verità; i cuori si induriscono; i consigli vengono respinti. Si marcia, ci si impegna, ci si batte; i nostri sono alle prese con il nemico.
Durante la battaglia, il Santo, con l'animo sospeso, ordina al suo compagno di andare a guardare, e quello una prima e una seconda volta non vede niente. Egli ripete il comando per la terza volta. Ed ecco tutta l'armata cristiana in fuga; il combattimento termina con una vergognosa disfatta e non con un trionfo.
Il massacro dei nostri fu tale che persero seimila uomini, morti o prigionieri.
Una immensa compassione prese il Santo, né minore fu il pentimento dei cristiani. Egli piangeva soprattutto sugli Spagnoli, la cui temeraria audacia fu tale che ben pochi ritornarono» (II Cel. 30).

La vivacità del racconto, ci testimonia che Tommaso da Celano deve averlo ripreso direttamente dalla relazione di uno che fu presente, forse frate Illuminato.

Un anonimo del sec. XIII («Propositi di frate Illuminato, compagno del beato Francesco in Oriente e davanti al Soldano d'Egitto», in Golubovic, Biblioteca bio-bibliografica, I, 36) ci riporta un episodio che frate Illuminato era solito raccontare:

«Il Soldano, quando il beato Francesco era alla sua corte, volle sperimentare quale fede e quale devozione avesse per nostro Signore crocifisso.
Ordinò che si stendesse ai suoi piedi un tappeto magnifico quasi completamente decorato di croci, e disse ai presenti: "Si faccia ora venire quell'uomo, che sembra sia un vero cristiano. 
Se avanzandosi verso di me, calpesta le croci sul tappeto, gli diremo che ha recato ingiuria al suo Signore; se si rifiuta di passare, gli domanderò per quale motivo sdegna di appressarsi a me". Si chiamò il Beato, che era pieno dello spirito di Dio, e da lui istruito ad agire e a rispondere; egli passò sul tappeto e arrivò fino al soldano. 
Allora il soldano, sicuro di poter accusare l'uomo di Dio di aver recato ingiuria a Cristo Signore, gli disse: "Voi cristiani adorate la croce, come segno particolare del vostro Dio; perché dunque non hai timore di calpestare le croci?".
Il beato Francesco rispose: "Non potete ignorare che anche i ladroni sono stati crocifissi con nostro Signore; noi, solo noi, abbiamo la vera croce di nostro Signore Gesù Cristo, l'adoriamo, la baciamo con tutto il nostro ardore; poiché dunque la santa croce del Salvatore è stata data a noi, e a voi sono state lasciate quelle dei ladroni, non ho paura di camminarvi sopra. Presso di voi e fra voi non ci può esser nulla della croce santa"».

La sconfitta di Damiata avvenne il 29 agosto 1219. 

S. Francesco restò nel campo crociato fino al febbraio 1220; poi, da Acri, andò in Palestina a visitare i Luoghi santi, protetto da un firmano (o salvacondotto) concessogli dal Sultano stesso, che permetteva a lui e ai suoi frati di «andare al santo Sepolcro senza pagare tributo». 

Si discute tra gli storici se amico e protettore di s. Francesco sia stato il sultano d'Egitto (Melek-el-Kamel) o quello di Siria (Melek-el-Moadden, detto anche Corradino, fratello di Kamel). 

Molte fonti francescane e cronisti coevi parlano di questa simpatia.

Tra gli altri, Giacomo da Vitry scrive: «II re di Egitto gli chiese segretamente che supplicasse per sé il Signore, perché gli ispirasse a quale religione, che più piacesse a Dio, dovesse aderire». 

La leggenda ha lavorato molto su questa simpatia reciproca tra il santo d'Assisi e il Sultano. 
Il cap. XXIV dei Fioretti ci narra: «come san Francesco convertì alla fede il Soldano di Babilonia e la meretrice che lo richiese di peccato ». 

La conversione della meretrice vi è narrata così: invitò s. Francesco nella propria camera ed il santo rispose che avrebbe accettato, a condizione che lei si fosse posta con lui su un grande braciere acceso; «e in fervore di spirito spogliasi ignudo e gittasi allato a questo fuoco in su lo spazio affocato, e invita costei che ella si spogli e vada a giacere con lui in quel letto spiumacciato e bello. E stando così santo Francesco per grande spazio con allegro viso, e non ardendo né punto abbronzandosi, quella femmina per tale miracolo spaventata e compunta nel cuor suo, non solamente si pentì del peccato e della malaintenzione ma eziandio si convertì perfettamente alla fede di Cristo, e diventò di tanta santità, che per lei molte anime si salvarono in quelle contrade». 

La conversione del sultano sarebbe invece avvenuta dopo la morte di s. Francesco, il quale aveva promesso di mandargli due frati che lo battezzassero in punto di morte.
Il Sultano gli aveva detto: «Frate Francesco, io volentieri mi convertirei alla fede di Cristo, ma io temo di farlo ora; imperoché, se costoro il sentissono, eglino ucciderebbero me e te con tutti i tuoi compagni; e conciossiacosaché tu possa fare molto bene, e io abbia a sbrigare certe cose di molto gran peso, non voglio ora causare la morte tua e la mia, ma insegnami come io mi possa salvare, e io sono apparecchiato a fare ciò che m'imporrai». 

S. Francesco l'aveva ammonito: «In questo mezzo tu ti sciogli da ogni impaccio, a ciò che quando verrà a te la grazia di Dio, ti trovi apparecchiato a fede e devozione». 

Difatti, morto Francesco, dopo alcuni anni si aggravò anche il Sultano e ricordando la promessa fattagli dal santo di Assisi, dette ordine che, se fossero giunti due frati vestiti dell'abito di frate Francesco, li lasciassero passare. 

Difatti, giunsero accanto al suo letto di moribondo, ed egli esclamò: «Ora so io veramente che Iddio ha mandato a me i servi suoi per la mia salute, secondo la promessa che mi fece santo Francesco per rivelazione divina». 

E i Fioretti concludono: «Ricevendo adunque informazione della fede di Cristo, e il santo battesimo dai detti frati, così rigenerato in Cristo si morì in quella infermità e fu salva l'anima sua pei meriti e operazione di santo Francesco».


La gioia che provava s. Francesco in Palestina, nella visita devota ai Luoghi santi, fu turbata non solo dal poco frutto spirituale che ricavava sia dai crociati che dai saraceni, ma soprattutto dalle notizie dell'andamento dell'Ordine durante la sua assenza. Per questo, si decise a tornare in Italia, approdando a Venezia, dove potè fondare il convento francescano del «Deserto».

 

 

Per approfondire:

 

 

 

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FRATELLO FRANCESCO

(Terni - Umbria / ITALY)


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