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Gli ultimi anni di vita di Francesco

 

testo alternativo


(Liberamente tratto da: Pietro Maranesi, La morte di un cristiano - Gli ultimi anni di vita di Francesco d'Assisi)

Gli ultimi anni della vita di Francesco di Assisi furono molto speciali. 
In qualche modo essi corrisposero ai primi anni della sua esperienza, quando era stato chiamato a scoprire la sua identità di uomo cristiano.
In quel caso fondamentali furono sia l’incontro con la malattia emarginante dei lebbrosi da lui condivisa mediante un abbraccio di misericordia, sia la rottura relazionale con la sua famiglia parentale che aveva preso le distanze da lui, avendolo giudicato un discredito per la fama e l’onore della casa. 

Negli ultimi anni avvenne qualcosa di simile: il lebbroso che egli incontrerà sarà il suo corpo sempre più malato e fragile, e insieme sperimenterà le difficoltà relazionali con i suoi frati, con i quali si stava manifestando una forma di rottura sul modo di vedere la vocazione minoritica.
In ambedue i momenti, agli inizi e alla fine della sua vita, Francesco fu chiamato a toccare la nudità della terra e lì deporre la sua persona, per dare stabilità a tutto l’arco della sua esperienza. 
Appunto: si potrebbero paragonare i due periodi di vita al terreno arido e forse roccioso sul quale egli ha dovuto fondare i due piloni, quello di partenza e quello di arrivo, del ponte della sua esistenza. 

Su quella roccia dura e avversa, era stato chiamato all’inizio e alla fine della sua vita a scavare per fissare il ponte del suo itinerario umano, che lo stava conducendo all’incontro di colui che aveva cercato con tutto il cuore.
In questo articolo vorremmo ripercorrere gli ultimi anni di frate Francesco, quelli che vanno dal 1224, alla morte avvenuta il 3 ottobre 1226.

Sono gli anni in cui l’uomo Francesco, che aveva abbracciato l’identità di fratello cristiano di tutti, deve riaffermare e far crescere fino alla sua piena maturità questa scelta che Dio gli aveva donato all’inizio. 
Nella fatica e nella delusione degli ultimi anni, molto simili a quelli iniziali, egli dovrà riconsegnare la sua persona al mistero di un Dio nascosto sotto le pieghe di una storia indisponibile e contraddittoria. 
Cercheremo di ripercorrere questo tratto finale di vita, uno tra i più significativi e risolutivi della vicenda di Francesco.
Gli inizi si congiungono con la fine per trovare il loro compimento.

Tre saranno i passaggi ideali che vorremmo riascoltare. 
Innanzitutto il travaglio lacerante vissuto da frate Francesco colpito a morte sia dalla malattia
fisica sia dalle difficoltà relazionali con i suoi fratelli.
In esse egli dovrà compiere il passaggio dentro la grande tribolazione per lavare le sue vesti nel sangue del suo Signore crocifisso e risorto. 

Il Testamento, scritto da Francesco a ridosso della morte, segna la seconda tappa di questo tragitto finale. 
Questo testo è il frutto maturo di un uomo che è uscito dal grande travaglio mediante una ennesima e definitiva consegna rappacif cata a Dio e ai fratelli, lasciando ad essi, con quel testo, una preziosa ma anche impegnativa eredità: la sua persona. 
A quel punto, dopo aver riabbracciato i suoi fratelli consegnandosi ad essi senza pretendere nulla, Francesco è pronto per l’ultima tappa, il grande passaggio, quando sorella morte lo consegnerà da povero, cioè da uomo, alle mani di Colui al quale aveva donato la sua vita.

L’approccio che si vorrà seguire è senza grandi pretese di scientificità, cioè non si tenterà di effettuare un’analisi dettagliata di quanto scritto in antecedenza su questo tratto di vita di Francesco. 
Dunque, riprendendo in mano le fonti ma senza sviluppare un attento confronto bibliografico, proveremo a mettere in evidenza quali siano stati i tratti caratteristici di un uomo cristiano che accetta con coraggio la sua vulnerabilità umana, quella che emergerà con forza e violenza negli ultimi anni della sua esistenza, nella consapevolezza che essa è lo spazio prezioso e unico per un incontro vero e defi nitivo con se stesso, con gli altri e con Dio. 

In ultima analisi, pur evitando la banalità di un racconto esortativo e devozionale, ci limiteremo a far riascoltare, con semplicità e brevità, alcuni aspetti, a nostro avviso tra i più significativi, della storia cristiana di un uomo che, proprio nel suo morire da uomo tra gli uomini, incontra nuovamente e definitivamente l’unica via per consegnarsi all’amore di Dio, quale senso ultimo della sua vita.

 

I. IL DOPPIO TRAVAGLIO DEGLI ULTIMI ANNI: LA CONSEGNA DEFINITIVA

Al termine della sua esistenza Francesco si ritrova a dover affrontare una triplice fondamentale domanda, che di fatto azzera in lui ogni possibile sicurezza e lo obbliga a rimettersi in cammino come “pellegrino e forestiero”: chi sono io, malato e prossimo alla morte, con un corpo lacerato e sfinito, che un giorno invece sognavo di diventare un grande cavaliere forte e vittorioso? 
Chi sono gli altri che, invece di essere fratelli solidali per uno stesso progetto, si sono trasformati nei miei avversari? 
E chi è Dio, al quale avevo affi dato la mia vita e ora sembrerebbe essersi ritirato, lasciandomi solo di fronte alla mia morte? 
Le tre domande in qualche modo si rapportano ai tre spazi esistenziali che si vorranno affrontare nei successivi paragrafi.

 

1. Un uomo malato ma non stanco

Non solo la dura condizione condivisa con i poveri, ma anche il viaggio in Terra Santa minarono profondamente la salute di Francesco. 
Ritornato in Italia nel 1220, la vita di quell’uomo era profondamente cambiata.
Oltre le difficoltà emerse all’interno della sua fraternità, egli si trovò a dover affrontare una serie di malattie, che aggravarono la sua già malferma condizione. 
Forse prima di partire per la Terra Santa il Santo soffriva di seri disturbi intestinali ed epatici, legati forse alla malaria; nel suo viaggio in Oriente contrasse una grave malattia agli occhi, che lo portò quasi alla cecità; alla fine della vita si aggiunsero anche fenomeni di idropisia alle cosce e ai piedi, tanto da non poter più camminare e doversi servire di un asino per i suoi spostamenti; qualcuno ha pensato, e la cosa non è del tutto da escludere, che egli avesse addirittura contratto la lebbra. 

Sintesi iconografica della situazione fisica e, di conseguenza, spirituale vissuta da Francesco negli ultimi anni, è rappresentata da un famoso racconto della Compilazione di Assisi
In balìa di una forte recrudescenza della malattia agli occhi, venne ospitato da Chiara e dalle sue sorelle in una celletta presso San Damiano, dove restò per più di cinquanta giorni nel buio e nella solitudine, unici rimedi per attutire un dolore agli occhi che gli impediva di riposare e dormire. 
A tutto questo si aggiungeva anche la presenza dei topi «che saltellavano e correvano intorno e sopra di lui» (CompAss 83: FF 1614). 
La situazione psico-fisica di quell’uomo era disperata: «Una notte, riflettendo il beato Francesco alle tante tribolazioni che aveva, fu mosso a pietà verso se stesso e disse in cuor suo: “Signore vieni in soccorso alla mie malattie, affinché io sia capace di sopportarle con pazienza”». 

È un uomo diventato se stesso lebbroso.
In questo smarrimento, in cui forse percepisce la paura di aver buttato via la vita, si accorge però che la passione per la vita stessa non l’aveva mai abbandonato e restava pulsante in lui, sprigionandosi con una nuova intensità e freschezza. 
Quella povertà fisica, invece di strapparlo via dal suo fondamento esistenziale, lo invitava a guardare con più passione a Dio, al quale chiedeva di nuovo la vista del cuore per trasformarla in lode ed esultanza. 
Secondo il racconto della Compilazione di Assisi, infatti, è proprio in quelle giornate di profonda prostrazione che nascerà il Cantico di frate Sole, in cui il Santo, con parole magiche, volle cantare l’«Altissimo bon Signore», visto e ammirato «in tutte le sue creature». 

La malattia non aveva spento la lode di Dio, nella cui relazione Francesco aveva ritrovato nuovamente la via verso uno sguardo di lode e di ringraziamento su di un mondo che sembrava essersi spento.
Accanto a questa prima direzione esistenziale vi è l’altra, che la malattia non riuscì a fiaccare. 
Sebbene malato, egli restava un uomo in cammino per le strade degli uomini. 
La sua attività apostolica non si ferma con la malattia.
Con quella fantasia missionaria che gli era propria, non potendo più andare fisicamente per il mondo, fa viaggiare attraverso le lettere le sue parole di esortazione alla gente. 
La nuova strategia è presentata in modo preciso all’inizio della seconda redazione della Lettera inviata probabilmente nel 1224 a tutti cristiani del mondo: «Poiché sono servo di tutti, sono tenuto a servi re a tutti e ad amministrare le fragranti parole del mio Signore. E perciò, considerando che non posso visitare personalmente i singoli, a causa della malattia e debolezza del mio corpo, mi sono proposto di riferire a voi, mediante la presente lettera e messaggio, le parole del Signore nostro Gesù Cristo, che è il Verbo del Padre, e le parole dello
Spirito Santo, che sono spirito e vita» (2LFed 2-4: FF 180).

Lo strumento epistolare era già stato utilizzato dal Santo subito dopo il suo ritorno dalla Terra Santa. 
In quel caso aveva scritto alcune Lettere a tutti i chierici del mondo, per esortarli alla consapevolezza del mistero eucaristico e all’attenzione nella sua celebrazione. 
Si può affermare che il Santo aveva aderito alla crociata eucaristica indetta dal Lateranense IV e ribadita dalla lettera papale Sane cum olim del 1219, in cui tutta la Chiesa veniva
invitata ad aver cura e venerazione per il sacramento dell’altare. 
Interessante anche il coinvolgimento chiesto al suo Ordine di moltiplicare la sua lettera
eucaristica inviata ai chierici per farla conoscere il più possibile nella Chiesa (cf. 2Lcus: FF 245-248). 
Una lettera pastorale, simile a quella scritta per tutti i cristiani, sarà spedita, sempre nel 1224, a tutto l’Ordine, del quale vuole restare il pastore, per esortare i suoi frati ad una vita cristiana (cf.
LOrd: FF 214-233). 

Si indebolisce il corpo, ma non lo spirito missionario ed evangelizzatore. 
La malattia non diminuisce l’entusiasmo di Francesco nel restare sulle strade degli uomini annunciando la Parola.

 

2. Un fratello solo ma non arrabbiato

Nel capitolo del settembre del 1220, Francesco, davanti a tutto il suo Ordine, aveva rinunciato alla carica di generale della fraternità, affi dando l’impegno a Pietro Cattanio, il quale terrà l’ufficio fino all’anno successivo, passandolo poi a frate Elia.
I motivi principali della decisione di Francesco erano legati sicuramente al suo stato di salute, ma anche alle difficoltà relazionali per le diverse visioni che stavano emergendo tra i frati. 
In qualche modo il Santo prende atto che all’interno del suo gruppo vi è una visione diversa dalla sua, facente capo al settore dei ministri e dei dotti; per sé riserva il mandato dell’esemplarità e della memoria carismatica, ad altri quello della responsabilità giuridica.

Qualcuno ha parlato della formazione all’interno dell’Ordine di una doppia gerarchia: quella dell’intuizione di Francesco e quella dell’istituzione dei ministri con il loro riferimento alle richieste della sede apostolica.
Gli sviluppi di questa situazione portarono ad una specie di paradosso: il frate dimissionario dalla guida giuridica dell’Ordine non smette però di esserne il responsabile carismatico, utilizzando una forte autocoscienza personale nel gestire il “potere”. 
E la conseguenza è l’accentuazione della lacerazione tra Francesco e i suoi frati. 
Si pensi appunto alla grande elaborazione della Regola, assunta in prima persona da Francesco, con un atteggiamento, secondo i racconti della Compilazione di Assisi, di durezza nei confronti dei frati, fino quasi a renderlo solo contro tutti. 

Emblematico è il racconto, a cui si è già fatto riferimento, del capitolo delle Stuoie, dove,
contro l’opinione dei frati dotti, egli proclama la sua “pazzia” quale norma direttiva per tutti i frati (cf. FF 1564); un altro racconto, sempre della stessa fonte agiografica, testimonia la stessa tensione, quando i frati ministri, insieme al generale frate Elia, intimoriti vanno a Fonte Colombo, dove Francesco stava scrivendo la Regola, per lamentarsi con lui di quanto sentono,
ma il Santo con durezza li caccia via (cf. FF 1563).

Questo conflitto di fatto porterà Francesco ad una sorta di solitudine dopo la stesura della Regola. 
Un episodio indicativo di questa situazione lo abbiamo di nuovo nella Compilazione di Assisi, quando Francesco malato si alza seduto sul lettuccio gridando: «Chi sono questi che mi hanno strappato dalle mani la Religione mia e dei frati? Se andrò al capitolo generale, mostrerò loro qual’ è la mia volontà» (CompAss 44: FF 1567/22).

Sicuramente il testo più interessante nella ricostruzione di questa situazione degli ultimi anni sui rapporti tra Francesco e il suo Ordine è offerto dal Santo stesso. 
Il racconto della Perfetta letizia, secondo la redazione riportata negli Scritti (cf. FF 278), è molto di più che un’esortazione alla pazienza e all’umiltà (come di fatto è trasformato nella rielaborazione fatta nei Fioretti al cap. VIII: FF 1836).
In questo breve testo Francesco propone una parabola chiaramente autobiografica. 
Nella prima parte del racconto egli si trova alla Porziuncola dove riceve i messi con positive notizie sui successi che l’Ordine stava ottenendo nella Chiesa e nella sua attività missionaria, una fama che veniva accompagnata anche dalla santità ormai riconosciuta di Francesco stesso divenuto vanto di tutto l’Ordine (cf. PerLet 4-6: FF 278); secondo la logica narrativa della prima parte, dunque, Francesco è il centro dei successi dei frati minori, non solo in quanto ne è la
causa ma anche perché ne conferma la positività degli sviluppi. 
Nella seconda parte si inverte profondamente la situazione: Francesco è sulla strada da povero e pellegrino, andando verso la Porziuncola in una situazione di emarginazione e di debolezza, riproponendo, cioè, i caratteri della primitiva situazione dei frati. 

Questo Francesco, però, era diventato un problema: il suo stile di vita da “semplice ed idiota” non è più adeguato alle novità dell’Ordine, divenuto ormai “tale e tanto” da non aver più bisogno di lui (cf. PerLet 11: FF 278). 
Quella porta che non si apre, rendendo Francesco un forestiero, riassume e raffigura la situazione di rifiuto e di solitudine che in qualche modo stava vivendo il Santo.

Malato ed emarginato dai suoi: il tragitto esistenziale degli ultimi anni conduce Francesco, come si è già detto, a una posizione simile, per alcuni versi, a quella degli inizi del suo itinerario cristiano. 
Spogliato di tutto, deve ridire e confermare la propria identità di uomo cristiano, scoperta agli inizi tra i malati ed esclusi del lebbrosario e poi, nella solitudine emarginata, vissuta a San Damiano. 

La terra arida sulla quale era stato piantato il seme cristiano ridiventava alla fine il luogo sul quale doveva nuovamente appoggiare l’arco della sua esistenza umana.
Frate Leone, «se io avrò avuto pazienza e non mi sa rò conturbato, io ti dico che qui è la vera letizia e qui è la vera virtù e la salvezza dell’anima» (PerLet 15: FF 278).

 

3. Dai crociferi di Rivotorto alla croce della Verna: il viaggio verso il compimento

In quella notte tragica, in cui venne spogliato di tutto, il Santo fu obbligato ad intraprendere l’ultimo viaggio in cui verificare e compiere la sua vocazione cristiana. 
Due furono le tappe ideali-spirituali di quell’ultimo tratto di vita segnato dalla malattia e dalla solitudine.
La prima tappa gliela indicò il frate portinaio: «Vattene al luogo dei Crociferi e chiedi là» (PerLet 10: FF 278). 
Di fatto Francesco venne invitato a ripartire da dove aveva preso il via il suo tragitto umano, dai lebbrosi che vivevano in quel posto di rifugio. 
Ed essi gli ricordarono una verità che stava per smarrire: “Francesco, senza pretendere di cambiare il mondo, dona il tuo cuore con misericordia ai tuoi fratelli”. 
L’Ordine non era il suo, né doveva difendere l’esperienza minoritica come se fosse una sua proprietà. 
Gli avvenimenti stavano chiedendo a Francesco di proclamare che veramente era “frate minore”, cioè un uomo-fratello che accettava di non aver potere ma di amare gli altri senza pretendere nulla, nemmeno «che siano cristiani migliori» (LMin 5: FF 234).

Questa prima chiarificazione gli chiese di prolungare il viaggio il giorno dopo. 
Quella notte trascorsa tra i lebbrosi, oltre a ricordargli quale fosse la sua vocazione, gli aveva indicato l’altra tappa assolutamente necessaria da fare: incontrare il volto di Cristo nella solitudine del monte La Verna. 
Là avrebbe ritrovato l’altro volto che, insieme ai lebbrosi, aveva caratterizzato il suo volto di “frate Francesco”. 

Giunse su quel monte aspro e impervio da malato ed emarginato, cioè da pellegrino e forestiero, piagato nel corpo e nello spirito. 
Quella povertà era il suo ultimo e defi nitivo possedimento.
Che cosa chiedeva in quell’incontro a Colui al quale aveva donato la vita seguendo le sue orme da “frate minore”? 
Che Dio intervenisse per alleviare le sue sofferenze e riportare i suoi frati sulle sue posizioni?
Una cosa era chiara: in quella situazione di vinto ed emarginato, egli assomigliava al volto che aveva scelto come modello di umanità. 
L’ultimo atto, quello che lo avrebbe liberato da ogni ira e turbamento, allora non doveva essere quello di cambiare il mondo per renderlo perfetto (a sua immagine), ma quello di consegnare a Dio le sue piaghe quale spazio di povertà e di autenticità. 

E Francesco torna ad essere “frate Francesco”, un uomo che vuole camminare nudo e povero dietro Gesù Cristo.
In quel momento, come per miracolo, le sue ferite nell’anima e nel corpo diventano segni gloriosi di questo suo “vestigia Christi sequi”, consegna e restituzione di sé a Dio senza condizione, movimenti che lo liberarono dalla grande tentazione di riappropriarsi con forza del suo Ordine imponendo la sua visione. 

Francesco era ritornato un uomo libero e leggero, perché di nuovo conquistato e segnato dalla
logica di Cristo, che lo fa ridiventare un uomo cristiano senza più pretese ma di nuovo disponibile al mistero di Dio che gli si presenta nella diversità dei suoi fratelli.

L’uomo che scende dal monte La Verna, verso la fine del settembre del 1224, è un uomo che ha superato dunque la “grande tentazione”; è un uomo che ha alzato gli occhi verso il suo Signore consegnandogli la sua esistenza per liberarla dal rischio di ogni pretesa di potere sulla realtà dell’Ordine.
Quello che scende da La Verna, però, è un uomo non solo riconciliato ma anche capace di essere fonte di riconciliazione. 
La Cartula donata a frate Leone racconta proprio questa trasformazione. 
Leone molto probabilmente partecipava alla stessa grande tentazione di Francesco, quella della delusione per gli sviluppi dell’Ordine e della tristezza per l’apparente fallimento della propria esistenza. 
Ascoltando il suo grido di aiuto (cf. quanto racconta 2Cel 49: FF 635, combinandolo con le rubriche scritte da Leone stesso a margine della Cartula FF 262), Francesco regala a Leone un piccolo biglietto nel quale gli indica la via di guarigione da lui stesso seguita.

La pace del cuore, quella desiderata dal compagno/fratello, è il risultato dell’incontro con il volto di Dio: “il suo volto di misericordia, che splende sul tuo volto, Leone, ti doni la pace”. 
Ma perché questo avvenga, Leone deve operare la stessa scelta compiuta da Francesco: girare pagina e smettere di guardare al proprio io amareggiato e forse arrabbiato, per rialzare, invece, gli occhi verso il Tu di Dio quale risposta defi nitiva e unica alle proprie esigenze. 
Solo nel Tu di Dio era possibile ritrovare la pace del cuore, cioè il coraggio e la disponibilità di abbracciare la realtà nella sua alterità e fatica.

Questo era diventare veramente “frati minori”. 
E lo spogliamento che Francesco aveva vissuto sul monte La Verna, davanti al nudo crocifisso, costituì l’ultimo atto di maturazione di una identità che egli aveva abbracciato all’inizio nell’incontro con i volti crocifissi dei lebbrosi e del Cristo povero.

 

II. “IL MIO TESTAMENTO”: L’EREDITÀ DELLA SUA PERSONA

Quest’uomo guarito e confermato nella sua identità cristiana sente che a ridosso della sua morte deve compiere un ultimo servizio ai suoi frati, mediante la stesura di un testo che consegna loro come suo “Testamento”. 
Nel maggio del 1226, stando a Siena, ebbe un’ennesima crisi di salute, ed essa fu tanto grave che i suoi frati ebbero paura di una morte imminente. 
Il dolore della sua perdita suscitò in loro una richiesta molto precisa: lascia ai tuoi fratelli un memoriale della tua volontà, affinché, se il Signore ti vorrà chiamare da questo mondo, possano sempre tenere in mente e ripetere: il nostro padre, sul punto di morire, ha lasciato queste parole ai suoi fratelli e figli (CompAss 59: FF 1587).
Il testo, dettato subito dopo da Francesco per esaudire la loro richiesta, conteneva tre esortazioni, sintesi delle cose preziose che consegnava ad essi: I frati sempre si amino e rispettino l’un l’altro; amino e osservino sempre la santa povertà nostra signora; sempre siano fedeli e sottomessi ai prelati e a tutti i chierici della Santa madre Chiesa (CompAss 59: FF 1587).

La morte però non arrivò subito, trascorsero altri quattro mesi nei quali Francesco, forse stimolato proprio da quella richiesta, volle congedarsi da una serie di persone che erano state importanti per la sua vita, inviando loro un saluto e un ricordo: a Chiara con le Ultime volontà, a Bernardo benedicendolo, a donna Jacopa invitandola a fargli visita prima della sua morte.
Tuttavia tra coloro da cui volle prendere di nuovo commiato vi erano ancora tutti i suoi frati; per essi, dopo il breve biglietto di Siena, nei mesi che precedono la morte, detterà un testo molto più ampio da lui stesso così definito: «E non dicano i frati: “Questa è un’altra regola” perché questa è un ricordo, un’ammonizione, un’esortazione e il mio testamento che io frate Francesco piccolino faccio a voi, fratelli miei benedetti, affi nché osserviamo più cattolicamente la Regola che abbiamo promesso al Signore» (Test 34: FF 127).
In questa affermazione posta agli inizi dell’ampio testo di conclusione (vv.34-41), in cui il Santo, oltre la benedizione finale a tutti i frati (vv.40-41), offre le chiavi di lettura per comprendere l’intero testo (vv.34-39), si ritrovano tre temi fondamentali per ricostruire l’ultimo Francesco, quello che era passato dentro la grande tribolazione e aveva confermato la sua vocazione
di frate minore.

 

1. Io frate Francesco piccolino a voi fratelli benedetti…

L’esperienza comunitaria era iniziata con un dono: «Il Signore mi donò dei fratelli» (Test 14: FF 116). 
Le vicende travagliate degli ultimi anni avevano provato duramente la tenuta di quelle relazioni, nate da una comune chiamata evangelica. Il punto di arrivo di questo processo è in qualche modo sintetizzato dalla doppia qualifi ca dei rapporti che Francesco proclama di vivere
con i suoi frati a ridosso della sua morte: «fratello piccolino di fratelli benedetti». 
In ultima analisi, il Testamento è l’ennesima e ultima testimonianza dei legami di amore e attenzione che univano il frate piccolino con i suoi fratelli benedetti. 

Un uomo prossimo alla morte non può giocare con le parole, con quelle, soprattutto, nelle quali dice la verità dei suoi sentimenti.
Questa verità identitaria, fatta di relazioni fraterne che non si erano rotte per le tensioni ma cresciute e maturate, si lega direttamente alla qualifica che il Santo, anche in questo caso, ridà di sé, quella cioè sempre vissuta lungo la sua esistenza come progetto identitario e utilizzata nei suoi testi come fi rma: «Io frate Francesco». 

L’ultimo e definitivo “io” di quell’uomo, quello che egli riporterà da lì a poco a Dio, è la stessa identità ricevuta dai lebbrosi e condivisa con i fratelli lungo i pochi anni di vita cristiana: frate Francesco.
Da una parte gli ultimi dolorosi eventi relazionali-identitari accaduti dentro il gruppo, gli avevano chiesto di verificare quanto fosse autentica la sua qualifica di “frate”. 
Gli avevano chiesto, infatti, di accettare la diversità dei suoi fratelli senza imporre da proprietario la sua volontà. 
Ed egli aveva accettato di essere semplicemente fratello, senza potere e libero dalla tentazione
del dominio. 
Tutto questo proclamava con l’aggiunta “piccolino”: non solo frate ma anche debole nella sua figura.
Al contempo, però, non può smettere di essere “Francesco”, cioè colui che è depositario di una rivelazione. 
Sebbene tutto il Testamento sia il frutto della consapevolezza di questo mandato speciale, un passaggio molto chiaro del dover e voler restare “Francesco”, il depositario di una vocazione,
emergerà nel prosieguo della conclusione quando, come vedremo subito, rivolgendosi prima al generale e ai ministri e poi a tutti i frati, pretende da tutti obbedienza sul modo di osservare la Regola insieme al suo Testamento.

L’uomo che sulla Verna aveva ritrovato la pace nella sua identità di essere “frate Francesco”, sa bene che l’aver riaccettato di essere “frate” non significa interrompere il suo servizio di essere “Francesco”. 

Si potrebbero usare in questo contesto le parole di Agostino: io con voi frate e io per voi
Francesco. 
Fino alla fine resta immutata la dialettica che aveva attraversato tutta l’esistenza di quest’uomo, producendo una diversità di manifestazioni che non erano state, allora, l’insicurezza di un’identità, ma la complementarietà di una vocazione. 
La riappacificazione identitaria avvenuta sulla Verna era connessa alla pace di poter vivere con chiarezza e determinazione le due parti della sua identità cristiana: frate Francesco.
Questo era l’unico modo di poter restare accanto ai suoi fratelli per servirli e aiutarli senza volersi appropriare della sua opera.

 

2. … per osservare meglio la Regola…

Nella breve precisazione che dà il via alla conclusione del Testamento, Francesco, volendo spiegare la sua intenzione nella composizione di quel testo, aveva stabilito, in via preliminare, quale fosse il suo obiettivo: «Perché potessimo osservare più cattolicamente la Regola che abbiamo promesso al Signore» (Test 34: FF 127). 
I frati, probabilmente, sapevano della dettatura che Francesco stava facendo di un suo Testamento
La Compilazione di Assisi ci informa che alcune parti del testo erano state trasformate da Francesco dopo che i frati gli avevano fatto osservare la problematicità della loro formulazione (cf. CompAss 106: FF 1650-4). 
Probabilmente la domanda che agitava i frati riguardava la natura giuridica di quel testo.
Che forse Francesco stesse scrivendo un’altra Regola? Il disaccordo che egli aveva avuto con la formulazione del testo giuridico lo portava forse ad abolirlo sostituendolo con un’altra Regola
La risposta data da Francesco a queste possibili obiezioni è precisa: «Non dicano i frati che questa è un’altra Regola» (Test 34: FF 127), ma un testo che vuole porsi al servizio della Regola, perché la possano osservare meglio.

Prima di occuparci di tale natura funzionale del Testamento, occorre prendere atto del suo rapporto di servizio con la Regola: con quel nuovo testo Francesco non vuole superare o abolire la Regola, al contrario, contro ogni dubbio, vuole riaffermare la sua validità giuridica per l’identità dei frati. 

Ogni ipotesi di disaccordo tra la formulazione della Regola e Francesco, quasi che il testo fosse stato imposto contro la sua volontà e contro l’intuizione originaria, è di fatto smentita dal Santo con il Testamento.
È quanto tiene a proclamare, con un’operazione storica non del tutto corretta, affermando che esso è stato il risultato di quanto il Signore gli aveva dato di scrivere (cf. Test 39: FF 130); dunque nella Regola vi era l’ispirazione iniziale. 
Contro ogni dubbio, il Santo smentisce ogni voce sul suo disaccordo con essa, riconoscendola definitivamente come testo nel quale vi era ancora la rivelazione evangelica che Dio gli aveva donato all’inizio, chiedendogli di vivere «secondo la forma del Santo Vangelo» (Test 15: FF 116).
A questa prima e fondamentale notizia Francesco ne affianca una seconda altrettanto importante, secondo una dialettica della complementarietà delle parti. 
Se era vero che la Regola conteneva l’intuizione, essa tuttavia necessitava di un testo che ne permettesse una comprensione migliore. 
Nella Regola vi era lo Spirito del Signore donatogli da Dio agli inizi, però, perché esso potesse emergere meglio e dunque perché la stessa Regola potesse essere osservata più perfettamente, doveva essere letta insieme al Testamento.
E sempre tengano con sé questo scritto assieme alla Regola. E in tutti i capitoli che fanno, quando leggono la Regola, leggano anche queste parole (Test 36-37: FF 129).

L’una ha bisogno dell’altro: quando i frati leggeranno la Regola dovranno sempre leggerla insieme al Testamento
Come “frate” il Santo proclama l’adesione alla Regola quale testo identitario sufficiente per vivere la propria vocazione minoritica, ma come “Francesco” sente che deve intervenire ancora per affiancare ad essa uno strumento che ne permetta una più piena osservanza. 
In fondo si potrebbe affermare che nel rapporto in cui pone la Regola e il Testamento, il Santo ripropone e concretizza la dialettica esistente nelle due parti della sua identità personale: frate che osserva la Regola e Francesco che ne diventa la misura.

 

3. … lascio il mio Testamento

Il ruolo di servizio assegnato da Francesco al testo si lega indubbiamente alla natura di quel passaggio finale precisata con queste parole: «“Questa non è un’altra Regola” perché questa è un ricordo, un’ammonizione, un’esortazione e il mio testamento» (Test 34). 
La qualifica di Testamento è dunque articolata in rapporto a tre specificazioni, a loro volta distinte in due blocchi: da una parte esso è un ricordo e dall’altra è un’ammonizione e una esortazione. 
Tale doppia articolazione di fatto sembrerebbe sintetizzare quanto si è già visto nella struttura globale del testo: una parte narrativa delle vicende iniziali della storia di Francesco e della primitiva fraternità (vv.1-23) a cui segue una parte ammonitivo-esortativa fatta di richieste molto precise rivolte ai frati (vv.24-33). 
Francesco non stabilisce in modo preciso quale sia il rapporto tra le due parti del testo, per conseguire l’obiettivo di aiutare i frati a osservare più cattolicamente la Regola
Tuttavia due elementi sembrano chiari su questo punto.
La natura giuridica dei vv.24-33 della parte ammonitiva rappresenta il momento diretto ed esplicito del servizio che il Testamento deve svolgere a vantaggio della Regola

In questi versetti si hanno quattro importanti temi nei quali Francesco fa delle richieste esplicite, per obbedienza, ai suoi frati.
Innanzitutto sulla povertà nelle abitazioni: essi dovranno sempre interrogarsi sulla conformità delle strutture, che per essi verranno costruite, con la loro scelta della povertà, e la loro valutazione dovrà essere guidata da un ideale: che siano conformi «alla santa povertà che abbiamo promesso nella Regola, sempre dimorandovi da ospiti come forestieri e pellegrini» (v.24). 
Inoltre con fermezza assoluta proibisce ai suoi frati di rivolgersi alla sede apostolica per ottenere privilegi papali a vantaggio della loro attività apostolica o a difesa delle loro strutture; al contrario essi dovranno restare un gruppo senza potere, così che «dovunque non saranno
accolti, fuggano in altra terra a fare peni tenza con la benedizione di Dio» (vv.25-26). 
Un altro importante aspetto affrontato da Francesco riguarda la vita di obbedienza, sia tra i frati che alla Chiesa, per essere a lei sempre soggetti e restare cattolici (vv.27-30). 

In particolare, su questo doppio ambito, vi è una richiesta molto particolare, connessa alla fedeltà assoluta da parte dei frati, pena addirittura il carcere, nella recita dell’uffi cio divino
«secondo la Regola» (vv.31-33). 
A questi temi si aggiungono altre due richieste, che erano state anticipate nella parte narrativa: la prima riguarda una serie di scelte ecclesiali, che Francesco riproclama ancora di voler abbracciare e nelle quali di fatto coinvolge i suoi frati, legate al rispetto dei sacerdoti poverelli, alla venerazione dell’eucarestia e delle parole sante e all’onore dei teologi (vv.6-13); la seconda scelta, rinnovata per sé ed estesa ai suoi frati, concerne il lavoro manuale e l’elemosina nei momenti di bisogno (vv.20-22). 

A guardar bene la serie di richieste formulate da Francesco, si nota che esse hanno un doppio rapporto con la Regola: alcune ne ampliano e specificano il contenuto, altre invece inseriscono nuove scelte non presenti nel testo giuridico. 
In ogni caso, il Santo sente che questa serie di ammonizioni-comandi costituiscono importanti precisazioni e ampliamenti consegnati ai frati per aiutarli a vivere più cattolicamente la Regola.

A questo ambito strettamente giuridico, Francesco aveva premesso una prima parte di tipo narrativo (vv.1-23), dove aveva raccontato i momenti risolutivi della nascita dell’identità cristiana donatagli da Dio.
In via preliminare si può affermare che il rapporto esistente tra la parte narrativa e quella ammonitiva sia di mutua dipendenza: se Dio ha fatto con noi così, allora dobbiamo assumere queste scelte. 
La novità delle situazioni in cui si trovava la fraternità poteva trovare soluzioni di vita rinnovate solo se i frati ripartivano dalla storia iniziale, dagli eventi fondativi da cui la loro identità
minoritica era nata. 
Dunque, oltre a delle norme, Francesco consegnava anche una “storia sacra”, proponendo ai suoi frati indirettamente un metodo di interpretazione per la comprensione della Regola.

Assumere le norme, anche quelle stabilite nel testo giuridico, per realizzare la vocazione fondamentale di «vivere secondo la forma del santo Vangelo» significava per Francesco ricollegarsi ad un vissuto, ad un’esperienza concreta che misurava la vita dei frati riallacciandola vitalmente all’intuizione da cui scaturiva l’istituzione scritta. 
Se la norma giuridica fissava in forme concrete l’intuizione iniziale, allora era vero anche il contrario, che cioè la memoria degli eventi fondativi costituiva lo strumento di partenza per osservare «melius catholice» le norme giuridiche contenute nella Regola. 
Ma c’è di più ancora. 
La storia consegnata da Francesco ai suoi frati, per aiutarli a capire e vivere meglio la Regola, aveva un volto particolare e un nome unico: «ego frater Franciscus». 
Egli di fatto si poneva come misura esistenziale dalla quale i frati dovevano ogni volta ripartire per misurare la loro identità contenuta nella Regola e per farne una forma di vita. 
Questa storia fondativa, che era la sua storia umana, costituiva l’eredità preziosa lasciata ai
suoi frati nel suo Testamento, misura e chiave definitiva per comprendere e osservare la Regola.

 

III. ABBRACCIANDO SORELLA MORTE: UN UOMO CRISTIANO CHE MUORE

Francesco aveva preso congedo dai frati ed era pronto ad andare incontro a sorella morte. 
Gli ultimi atti della sua esistenza costituiscono le ultime pennellate di una vita consegnata all’amore di Dio nelle mani dei fratelli.
Da quel momento egli non si apparterrà più e smetterà per sempre di essere “frate Francesco sulla terra”, per diventare subito dopo “san Francesco in cielo”.

Il racconto degli ultimi giorni della sua vita e gli eventi legati alla sua morte ci vengono narrati da due fonti: da una parte le memorie conservate nella Compilazione di Assisi e dall’altra le biografie ufficiali, quelle di Celano e in particolare di Bonaventura. 
Le due serie permettono di intravvedere una doppia prospettiva nel racconto dei fatti, legata alle diverse intenzioni degli autori nel presentare la morte o di un uomo cristiano (la Compilazione) o di un santo cristiforme (le biografi e ufficiali). 

Vorremo ripercorrere le due tradizioni narrative, riascoltando due modi sicuramente diversi, se
non opposti, di presentare il compimento della vita di Francesco. 
Nel primo caso si vedrà la morte di un uomo che da uomo, cioè da bisognoso, si consegna a Dio lasciandosi aiutare dai suoi fratelli, nel secondo invece si assisterà al transito glorioso di un Santo che si offre consapevolmente ai suoi fratelli come modello di perfezione evangelica nel morire, compiendo una liturgia celeste.

 

1. La morte di un uomo cristiano: La Compilazione di Assisi

La Compilazione di Assisi, nella sua assenza totale di ordine cronologico nel narrare i fatti, mettendoli insieme come un fastello di ricordi, ritorna più volte sulle vicende vissute dal Santo durante gli ultimi periodi della vita segnati dalla malattia e poi dalla morte. 
Su quest’ultimo evento, due sono in particolare gli spazi testuali nei quali si offrono interessanti notizie sugli ultimi giorni di Francesco. 
Il primo gruppo lo si trova ai numeri 99–100. 
Siamo al periodo che precede la morte, quando Francesco trascorre un tempo nel palazzo del vescovo di Assisi per la sua gravissima situazione di salute. 
Quell’uomo, che aveva vissuto una vita dura e aspra, accetta di essere ricoverato in un nobile e ricco palazzo, per poter lenire le sue sofferenze. 
E di quest’uomo umano, che ha bisogno di conforto e aiuto fino ad accettare di essere nel palazzo del vescovo, ci vengono raccontati due interessantissimi episodi avvenuti in quel luogo. Il primo riguarda il desiderio di «dare conforto al suo spirito, onde non venisse meno a causa
delle aspre e diverse infermità» (CompAss 99: FF 1637), e a tal fine fece chiamare alcuni suoi frati che lo allietassero con il canto delle lodi di Dio, lodi che faceva sentire anche alla gente di scorta in veglia fuori del palazzo per impedire che, al momento della sua morte, i frati ne portassero via il suo corpo dalla città. 
Ma come era possibile che un “santo”, come era oramai ritenuto dalla gente, volesse essere confortato e consolato dal canto, invece di pregare e prepararsi alla morte? 
Fu questa la domanda, o forse il rimprovero, che gli rivolse frate Elia. 
La gente cosa penserà di questi canti?
La risposta di Francesco è di un uomo che accetta i suoi bisogni senza dover dimostrare nulla:
«Fratello, lascia che io goda nel Signore e nelle sue Laudi in mezzo ai miei dolori, poiché, con la grazia dello Spirito santo, sono così strettamente unito al mio Signore che per sua misericordia, posso ben gioire nell’Altissimo!» (CompAss 99: FF 1637).

L’episodio successivo fa vedere l’altra faccia di questa umanità umana nel morire di Francesco. Le lodi di fatto lo aiutavano ad incontrarsi e forse gestire non solo il dolore ma anche la paura della morte. 
Interessante in tal senso il dialogo, raccontato nel numero successivo, tra Francesco e il medico che viene a visitarlo nel Palazzo del Vescovo. 
Alla reticenza del medico nel comunicargli che la morte era prossima, Francesco lo invita ad essere onesto e senza paura: «Dimmi la verità, che cosa prevedi? Non avere paura poiché con la grazia di Dio non sono un codardo che teme la morte» (CompAss 100: FF 1638).
È chiaro che al desiderio di verità si affi ancava il tremore di fronte ad essa. 
Un uomo che aspetta un verdetto e lo aspetta da uomo. 
Il verdetto fu spietato, annunciandogli la prossima morte tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre. 
La famosa risposta data da Francesco è quella di un uomo che accetta la sua paura ma è disponibile agli eventi: «Ben venga mia sorella morte».

Il secondo blocco di testi si trovano agli inizi della Compilazione, cioè ai numeri 4-8, dove gli eventi si spostano dal palazzo del vescovo in Assisi alla valle sottostante nella chiesetta della Porziuncola. 
Consapevole della sua imminente morte egli volle lasciare di nuovo Assisi e concludere il suo
tragitto terreno là in basso, nella povertà di quel tugurio dove aveva iniziato con i suoi compagni la sequela di Cristo. 
Era inutile restare nel palazzo del Vescovo, non c’era più nulla da fare per la sua salute, e allora «si fece portare a Santa Maria della Porziuncola in barella» (CompAss 5: FF 1546).
Stava andando incontro alla morte per abbracciarla là dove aveva incontrato la vita. 

In questo contesto la Compilazione racconta tre episodi nei quali viene di nuovo presentato un uomo che si appresta a consegnarsi alla morte in modo umano. 
Il primo episodio è legato alla discesa verso la Porziuncola quando volle prendere congedo dalla sua città di Assisi. 
Dopo essere sceso in basso nella valle e aver chiesto di essere posto in fronte alla città, benedice Dio per le meraviglie che egli aveva compiuto e invoca la sua benedizione su di lei affinché «essa sia sempre luogo e dimora di coloro che ti conoscono e glorificano il tuo nome benedetto» (CompAss 5: FF 1546).
In quel luogo di uomini e di donne egli aveva incontrato e amato Dio e, oltre a ringraziare Lui, ringrazia anche idealmente quella città, affi dandola a Lui.

Il secondo episodio riguarda l’aggiunta della strofa sulla morte corporale, fatta da Francesco nel suo Cantico delle creature e la richiesta a frate Angelo e a frate Leone di cantarglielo «a lode del Signore e a consolazione dell’anima sua e degli altri» (CompAss 7: FF 1547). 

Più che nei testi liturgici la preparazione alla morte è trovata nel canto trobadorico, nella lauda
medievale con la quale quell’uomo era sempre riuscito a esprimere se stesso e ad incontrare Dio; ed essa restava dunque per lui la via prediletta per prepararsi all’ultimo incontro.
Quell’uomo, sfatto dalla malattia, non smette di essere un giullare che ha bisogno di cantare per proclamare la vita ed essere sostenuto nella sua battaglia finale.
L’ultimo atto è quello più umano di tutti, nel quale quell’uomo non ha pudore di nascondere la sua umanità bisognosa degli altri e delle creature, chiedendo di essere consolato e preparato all’accoglienza di colei che gli toglierà tutto. 

Prima di morire volle chiamare accanto a sé donna Jacopa dei Settesogli affinché, oltre la sua amicizia, gli portasse una tonaca nuova per il funerale e anche un dolcetto «che era solita prepararmi quando soggiornavo a Roma» (CompAss 8: FF 1548). 
Per essa, arrivata da Roma per suggerimento divino, portando tutto quello che Francesco aveva desiderato, non valeva la clausura e, su desiderio di Francesco, fu introdotta subito
dall’uomo di Dio: «Così ella entrò dal beato Francesco, versando davanti a lui molte lacrime». 
Il desiderio della sua presenza e dei suoi dolcetti, da lei preparati il giorno dopo, costituiscono gli ultimi atti registrati dalla Compilazione di questo morire umano, di un morire in cui Francesco accetta diessere uomo con il bisogno di consolazione e di vicinanza, di amicizia e di
tenerezza. 
È in questo contesto di umanità semplice che Francesco si incontra con Dio: «E avvenne come piacque a Dio, che, proprio nella settimana che donna Jacopa era arrivata, il beato Francesco migrò al Signore».

Muore un uomo, con i suoi bisogni e le sue paure, che cerca consolazione e incoraggiamento, che cerca la musica e i dolcetti, che cerca la sua gente per essere aiutato in quell’incontro tanto desiderato ma anche tanto impegnativo e, forse, anche temuto.

 

2. La morte di un santo cristiforme: la leggenda di Bonaventura

La tradizione delle biografi e ufficiali, cioè quella di Tommaso da Celano e di Bonaventura, tralascia tutta questa umanità per raccontare, invece, la morte di un santo già completamente libero dalla battaglia della sofferenza e proiettato in Dio. 
Nelle biografie ufficiali egli è il Santo che anticipa il suo incontro con Dio e diventa modello di perfezione agli altri, mostrando ad essi che la sua umanità è completamente liberata dai bisogni, diventato oramai pura trasparenza di Colui che aveva imitato in terra, Gesù Cristo
crocifisso. 

Nelle biografie muore un Santo, l’eroe cristiano, il grande combattente che si pone come modello di perfezione cristiana ai suoi frati.
Ogni elemento narrativo della Compilazione, che rinviasse ad un uomo bisognoso, è eliminato: non si parla del palazzo del Vescovo, permanenza in un luogo comodo e ricco che avrebbe offuscato la perfetta povertà e asprezza della vita del Santo, non si parla del dialogo con il medico, non si parla dei canti richiesti ai frati, non si parla della strofa aggiunta al cantico né tanto meno della presenza di donna Jacopa e del desiderio dei dolcetti di Francesco.

Non è possibile ripercorrere in tutte le loro particolarità e diversità i racconti delle biografie ufficiali di Tommaso e di Bonaventura, per ricostruire gli interessanti tragitti narrativi che legano questi testi.

Le immagini e le soluzioni agiografi che, introdotte da Tommaso nel presentare la morte “gloriosa” del Santo, saranno riprese e sviluppate da Bonaventura il quale, nel descrivere la morte di Francesco, porta a compimento un processo teologico nel quale Francesco è condotto alla sublimità dell’esperienza mistica e teologica. 
Nella lettura delle fonti agiografi che ufficiali ci limiteremo all’ultimo testo della serie, rappresentato dalla Leggenda minore di san Bonaventura. 

Questo testo, sicuramente il più conosciuto dai frati lungo la storia perché da essi utilizzato per la novena in preparazione della festa del Santo, costituisce l’abbreviazione della Leggenda maggiore, quella in cui l’autore aveva realizzato una sistematica rilettura teologica degli elementi agiografi ci già presenti nelle due vite di Celano.
Nel racconto bonaventuriano la morte di Francesco avviene all’interno di una solenne liturgia fatta di segni e simboli, attraverso i quali il Santo, riproponendo in sé la figura di Cristo, lascia ai suoi frati il modello di una santità perfetta. 
Senza precisare la sua provenienza, cioè evitando la notizia imbarazzante, per un santo della povertà, sulla sua permanenza nel palazzo del Vescovo, Bonaventura inizia il racconto della morte informando il lettore che «egli chiese che lo portassero a Santa Maria della Porziuncola,
giacché voleva pagare il suo debito alla morte» (LegMin, VII, III: FF 1386). 

C’era un appuntamento al quale il santo, forte e consapevole dell’incontro, va come il cavaliere che affronta l’avversario. 
E trasportato giù alla Porziuncola (senza però raccontare della benedizione di commiato data da Francesco alla sua città di Assisi), in un primo gesto simbolico volle proclamare la verità fondamentale della sua esistenza che si stava compiendo con la morte:
Condotto al luogo predetto, per mostrare con l’autenticità dell’esempio che nulla egli aveva in comune con il mondo, durante quella malattia che mise fine a ogni infermità, si pose tutto nudo sulla terra: voleva, in quell’ora estrema, lottare nudo con il nemico nudo.
Il suo combattimento, ingaggiato all’inizio della sua conversione, era stato condotto contro il mondo per distaccarsene completamente, per raggiungere cioè una nudità che, proclamando la sua perfetta povertà, mostrasse la sua capacità di essere inafferrabile dal nemico. 
Egli è il combattente forte della sua nudità quale garanzia di una vittoria sicura contro l’avversario.
Il secondo importante gesto è rivolto ai suoi frati. 
Questo combattente indomito, che resta eroe fino alla fi ne, volle chiudere la sua vita circondato dai suoi frati (e non anche da una donna con i suoi dolcetti), per lasciare
loro l’ultimo esempio. 
Dopo aver ricordato ad essi quanto egli stava per realizzare pienamente, cioè di guardare verso il cielo disprezzando le cose terrene (cf. LegMin VII, IV: FF 1387), pose le braccia in forma di croce e volle benedire tutti i suoi frati riuniti attorno a lui, come se fossero stati
intorno al patriarca che li stava lasciando.

Ma l’ultimo gesto è diretto a Dio, interlocutore primo ed ultimo della sua esistenza, verso il quale Francesco voleva rivolgersi per l’ennesima volta, anticipando l’incontro che si sarebbe compiuto da lì a poco con l’arrivo di sorella morte: «Chiese poi che gli venisse letto il Vangelo secondo Giovanni, a incominciare dal versetto: Prima del giorno della Pasqua: voleva sentire in esso la voce del Diletto che bussava e dal quale lo divideva ormai soltanto la parete della carne. Finalmente, siccome si erano compiuti in lui tutti i misteri, pregando e salmeggiando
l’uomo beato si addormentò nel Signore. E quell’anima santissima, sciolta dalla carne, venne sommersa nell’abisso della chiarità eterna» (LegMin VII, V: FF 1388).

Muore un santo che nel suo morire mostra definitivamente quanto già con le stimmate aveva manifestato: egli non apparteneva alla terra e aspettava impaziente il compimento del suo desiderio di perfezione, quando finalmente, sciolto dall’ultimo legame terreno, si sarebbe immerso nella pura trasparenza della luce di Dio.
«Francesco servo e amico dell’Altissimo, fondatore e guida dell’Ordine dei frati minori, modello nel professare la povertà, forma della penitenza, araldo della verità, specchio di santità e modello di tutta la perfezione evangelica, prevenuto dalla grazia celeste pervenne, con ordinata progressione, dal grado più basso ai più sublimi» (LegMag XV 1: FF 1246).

Il modo di incontrare la morte costituisce dunque per Bonaventura l’atto definitivo di uno svelamento della verità che si era resa già palese ed evidente nelle Stimmate: in Francesco l’uomo con le sue passioni e con le sue paure era oramai completamente superato per far trasparire il perfetto imitatore di Cristo, colui che aveva vinto in anticipo la morte affrontandola da vittorioso.
Secondo il racconto di Bonaventura, dunque, non avviene un atto di morte, perché un Santo non muore ma passa in Dio, giungendo fi nalmente là dove era già arrivato con la sua vittoria sulla carne. 
Frate Francesco non c’era più. 
Restava fulgido e splendente solo san Francesco, il serafico poverello di Assisi, il cavaliere di Cristo che aveva vinto anche l’ultima e definitiva battaglia, per meritare così il posto più in alto in cielo, tra i serafini.


 

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FRATELLO FRANCESCO

(Terni - Umbria / ITALY)


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