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La calligrafia di Francesco

 

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Analizzando i celebri documenti autografi di frate Francesco: "Chartula fratri Leoni data" ("Chartula di Assisi", che comprende: la "Benedizione" e le "Lodi") ed "Epistola ad fratrem Leonem" ("Lettera di Spoleto"), è possibile notare quanto segue.

La scrittura, alquanto vigorosa, si presenta piuttosto irregolare nel modulo (leggermente più corretta, da un punto di vista estetico, appare nella "Chartula di Assisi"), povera di legamenti e modellata, per la forma dei segni, a un tipo di scrittura notarile molto diffuso in Umbria tra i secc. XII e XIII, soprattutto nel contado e nei centri cittadini di scarsa tradizione culturale.

Quanto detto ha una sua rilevanza se si tiene presente che Francesco, educato alla mercatura, aveva una cultura media, la quale gli permetteva di scrivere o di “far conto” e di parlare con una certa approssimazione in latino e in francese, oltre che in volgare.

Destinato dal padre a succedergli nella conduzione della bottega di stoffe, l’educazione grafica del Santo assisiate doveva essere stata indirizzata, prevalentemente, al controllo di quei documenti che erano strumento essenziale per l’acquisto e la rivendita della mercanzia e la corretta tenuta dell’azienda.

Mentre, quindi, il modello notarile si imponeva per forza di cose, l’attività scrittoria rimaneva tuttavia molto ridotta, non ravvivata da un esercizio frequente; conseguentemente Francesco era portato a cadere in certi errori e a provare non poche difficoltà nello scrivere (è stato già detto che la maggior parte dei suoi scritti furono compilati sotto dettatura e non prodotti direttamente dalla sua mano).

Queste notazioni valgono, naturalmente, per le due reliquie in oggetto; va tuttavia rilevato che la "Lettera di Spoleto", rispetto a quella di Assisi, manifesta una evidente incertezza nell’allineamento delle righe.
Passando poi ad analizzare i singoli segni, selezionando quelli che si manifestano più caratteristici, non è difficile notare come tra i due cimeli ricorrano strettissime affinità.

La e, in tre tempi, presenta il secondo elemento (quello che, passando per l’alto, forma con il tratto mediano l’occhiello della lettera) concluso normalmente a uncino, sia nelle "Lodi", sia nella "Benedizione", sia nella "Lettera di Spoleto": è un tracciato assolutamente insolito che ha tutte le caratteristiche del vezzo personale.

 

 

Altrettanto si può dire per il secondo tratto della r, decisamente spezzato in tre segmenti, dei quali, il primo e il terzo obliqui ascendenti, il secondo verticale discendente, e spesso protratto in basso fin quasi sul rigo.

 

 

A una tipica deformazione personale presente in tutti e tre gli scritti, corrisponde anche la particolare forma che assume il segno tironiano della et, dove l’attacco non è costituito da una semplice lineetta (orizzontale o leggermente obliqua in senso ascendente) da sinistra a destra, bensì da una linea decisamente spezzata in due segmenti: il primo dall’alto in basso in senso verticale, il secondo obliquo ascendente da sinistra a destra.

 

 

Si aggiunga ancora il legamento st, che normalmente nelle "Lodi" e nella "Lettera" presenta le aste delle due lettere prolungate nettamente sotto il rigo di base (si confrontino i rr. 9 e 12 del cimelio assisiate, rispettivamente “iustitia” e “custos” con i rr. 12 e 16 dell’"Epistola spoletina", rispettivamente “Vestigia(m)” e “est”): il fenomeno è tanto più significativo in quanto nella "Benedizione", la quale - come si è detto - rivela un tracciato più calligrafico, l’unico esempio di legamento st (r. 2 “ostendat”), pur senza mostrare il deciso prolungarsi delle aste sotto il rigo, tradisce questa stessa tendenza.

 

 

Forma e tracciato personalissimi mostra anche l’unica g esaminabile nella "Lettera spoletina" (r. 12 “vestigia(m)”); gli esempi che si trovano nelle "Lodi" (r. 2 “magnus”, r. 9 “gaudium”, r. 13 “refrigerium”) sono tutti molto danneggiati e, pur dando l’impressione di strette analogie con la g di Spoleto, non consentono un raffronto capace di offrire certezza assoluta.

Importante è considerare anche il caso della a, un segno che non presenta caratteristiche personali in senso stretto, ma piuttosto una varietà di forme e di atteggiamenti, che si ripete identica in tutti e tre gli scritti: l’occhiello può presentarsi, infatti, nettamente arrotondato (LAUDES: r, 3 “sante”, r. 6 “caritas”, r.9 “letitia”, r. 11 “mansuetudo”, r. 14 “caritas”; BENEDICTIO: rr. 1-2 “custo/diat”, r. 3 “misereatur” e in fine “bene/dicat”; EPISTOLA: rr. 1-2 “sa/lutem”, r. 2 “pacem”, r. 5 “via” e “verba”, r, 8 “ad”, r. 12 “vestigia(m)”, r. 13 “faciatis” [la seconda a], r. 16 “necessari”, r. 17 “tuam”) o viceversa acuto, quasi a formare un triangolo (LAUDES: r. 5 “amor”, r. 8 “securitas”, interlinea tra r. 8 e r. 9 “nostra”, r. 10 “divitia”; BENEDICTIO: r. 2 “ostendat” e “faciem”, r. 3 “suam”, r. 4 “ad”; EPISTOLA: r. 1 “Francissco”, r. 2 “ita”, r. 3 “mater”, r. 4 “verba”, r. 9 “quia” e “ita”, r. 13 “faciatis” [la prima a], r. 15 “mea” e “obedientia”, r. 17 “anima” e “alia”, r. 18 “consolationem”).

 

 

Indipendentemente dalla forma dell’occhiello, poi, il secondo tratto, obliquo discendente della a, ha inizio a volte con un segmento orizzontale da sinistra a destra - talora anche leggermente arrotondato con la convessità in alto - che, qualora sia in concomitanza con l’occhiello dalla curva più accentuata, conferisce alla lettera la struttura di una a onciale (LAUDES: r. 6 “caritas”, r. 10 “asuficientia”, r. 11 “mansuetudo”; BENEDICTIO: r. 1 “benedicat”, rr 1-2 “custo/diat”, r. 2 “ostendat”, r. 3 “suam” e alla fine “bene/dicat”; EPISTOLA: r. 4 “omnia” e “verba”, r. 8 “ad”, r. 12 “vestigia(m)”).

Se si aggiunge non soltanto che le analogie tra i tre scritti investono anche i segni che risultano meno caratteristici (e che pertanto non possono essere invocati come ugualmente dimostrativi), ed anche che non si verificano mai caratteristiche che prescindono da uno scritto all’altro, bisogna necessariamente concludere per l’identità della mano; sicché non può esservi alcun dubbio ragionevole circa l’autografìa delle due reliquie da parte di S. Francesco.

Al parallelismo delle forme grafiche, fa riscontro, del resto, quello del "modus dicendi", sia in relazione a certi fenomeni fonetici (l’assenza, già segnalata, di h iniziale), sia per quanto riguarda certi italianismi presenti tanto nelle "Lodi" quanto nella "Lettera".

E' possibile anche aggiungere che la scrittura che si evince dalla "Lettera spoletina" rivela, nel numero e nel modo delle correzioni, nella difficoltà di seguire l’allineamento sul rigo, nella sproporzione di modulo tra segno e segno, un’esecuzione più faticosa, più sofferta rispetto al "Chartula assisiate", della quale si sa con certezza che fu scritta sulla Verna, due anni prima della morte dell’autore, dopo ricevute le stimmate e dopo la conclusione di un digiuno protrattosi fino alla festività di S. Michele: dunque dopo il 29 settembre 1224.

La "Lettera di Spoleto", per la quale il disordine calligrafico, per così dire, trova una sua evidente motivazione in uno stadio più avanzato del male, quando le piaghe delle mani rendevano ormai penosissimo stringere e guidare la penna, e la malattia degli occhi quanto mai faticoso seguire sul foglio la successione dei segni, deve perciò collocarsi in una data ancora più avanzata, forse proprio negli ultimi mesi (o settimane) della vita terrena del Santo di Assisi.

 


"Chartula fratri Leone data
(a sinistra la "Benedizione", a destra le "Lodi")

 


"Epistola ad fratrem Leonem
("Lettera di Spoleto")

 

 

 

(Liberamente tratto da: P. Rossi, 
"Francesco d'Assisi e i suoi scritti autografi", 
con tavole dell'amanuense C. La Porta)

 

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FRATELLO FRANCESCO

(Terni - Umbria / ITALY)


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